COMMERCIO INTERNAZIONALE INBOUND: L’IMPORT
Un articolo di Davide Crisci
Quando si parla di Commercio internazionale si fa perlopiù riferimento all’export, quale mezzo fondamentale per affermare fuori dai confini nazionali il nostro Made in Italy.
In realtà il saldo della bilancia commerciale del nostro paese, una delle voci più importanti della contabilità nazionale, è dato dalla differenza tra le importazioni e le esportazioni, e permette di valutare la capacità di un Paese di importare o di esprimere una domanda interna adeguata.
Secondo una statistica di maggio 2023 sull’import/export di merci italiane realizzata dall’Osservatorio Economico sul commercio internazionale, l’Italia si classifica al settimo posto tra i Principali Paesi esportatori al mondo, e al nono nei Paesi importatori.
Attualmente, i prodotti più importati in Italia sono:
Gas naturale;
Prodotti chimici di base, fertilizzanti e composti azotati, materie plastiche e gomma sintetica in forme primarie;
Autoveicoli;
Petrolio greggio;
Medicinali e preparati farmaceutici;
Metalli di base preziosi e altri metalli non ferrosi, combustibili nucleari;
Prodotti della siderurgia;
Articoli di abbigliamento, escluso l’abbigliamento in pelliccia;
Macchine di impiego generale;
Prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio;
Macchine di impiego generale (forni, utensili portatili a motore ecc.);
Apparecchiature per le telecomunicazioni;
Parti e accessori per autoveicoli e loro motori;
Prodotti di colture agricole non permanenti;
Energia elettrica.
In realtà è sotto gli occhi di tutti che le dinamiche degli scambi commerciali internazionali dell’attuale economia globalizzata sono assai più complessi; i processi produttivi delle nostre stesse eccellenze, fiore all’occhiello del nostro export, sono strettamente connessi alle importazioni di materie prime, ingredienti, semilavorati, commodities.
Basta una cifra per dare il senso dell’import alimentare italiano: 42 miliardi di euro. Questo è il bilancio totale dei prodotti agroalimentari che il nostro Paese ogni anno fa arrivare dall’estero. Una cifra stabile da ormai quattro anni, nonostante il leggero calo dello 0,5% registrato nel 2016. Dalle carni al latte, passando per il frumento e il pesce: tutte materie prime che il nostro settore produttivo non riesce a garantire a un’industria alimentare che sulla lavorazione ha costruito, appunto, il “successo del Made in Italy “.
Da dove vengono tutte queste materie prime?
Dalla Germania e dalla Slovenia arriva il latte. Quasi metà del grano duro dal Canada, o dall’Ucraina.
170 i milioni di euro spesi per le mandorle statunitensi e 67 i milioni per i crostacei e i molluschi cinesi. Materie che costituiscono la base per alcuni dei maggiori marchi alimentari italiani.
Il 70% delle proteine ovicaprine (pecore e capre) viene dall’estero mentre quelle bovine (manzo e vitello) si fermano al 40% .
Va un po’ meglio per i salumi e la carne suina che, nonostante la tradizione di insaccati italiani, tocca quota 35%.
E per il pesce? Le risorse ittiche del nostro mar mediterraneo non sono sufficienti; le aziende italiane spendono oltre quattro miliardi all’anno per pesce, crostacei e molluschi.
L’unico settore in cui la produzione interna non sembra temere scarsità è quella degli ortaggi dove solo l’1% di zucchine, pomodori, carote e cipolle non cresce e matura sul suolo italiano.
Come si spiega questa dipendenza?
Il primo fattore riguarda ovviamente l’abbattimento dei costi: dichiara la Coldiretti: “Dove si può si cerca sempre di rifornirsi da una filiera completamente italiana. Ma molto spesso le aziende stanno alla finestra di un mercato globalizzato dove la concorrenza è falsata da regole del gioco diverse. A partire dal costo del lavoro”
La seconda ragione che obbliga l’Italia a una forte importazione riguarda la regolamentazione. In primis quella europea; sempre secondo la Coldiretti: “il mercato unico si regge ancora su dei limiti di produzione che avvantaggiano alcuni dei nostri partner europei a discapito dell’Italia”.
Infine, c’è un aspetto agricolo non trascurabile che riguarda la riduzione delle superficie coltivabili per lasciare spazio a infrastrutture viarie, complessi residenziali e centri commerciali che molto spesso sorgono fuori dai centri abitati, dove prima , c’era, appunto, la campagna.
Invertire completamente la tendenza tra Produzione ed Importazione è impossibile; sarebbe però auspicabile “contenerla”, per tutelare maggiormente la nostra produzione al fine di non sprecare risorse locali e migliorare i già alti standard di sicurezza alimentari italiani.