GUIDARE LE ORGANIZZAZIONI NEL CAOS DEL NOSTRO TEMPO

Un articolo di Pasquale Di Matteo

Il mondo che conoscevamo non sta semplicemente cambiando, come sarebbe nella logica dell’evoluzione umana, ma si sta disintegrando per ricomporsi in forme che la nostra generazione fatica ancora a decifrare.

Viviamo in un’epoca di interruzioni violente. Lo sentiamo nel riverbero dei debiti sovrani che hanno smesso di essere numeri nei bilanci per diventare urla soffocanti nei mercati; lo percepiamo nell’aria elettrica di piazze come quelle di Minneapolis, dove il “Sogno Americano” è stato sostituito da un incubo di identità frammentate e muri invisibili, una volta caduta la maschera democratica che la propaganda di Hollywood aveva cucito sulla faccia degli Stati Uniti d’America.

In questo scenario, essere leader non è più una questione di comando, ma di sopravvivenza intellettuale e di visione.

 

IL TRAMONTO DEL LEADER ORACOLO E LA GENESI DEL LEADER ANALISTA DELLA REALTÀ

Per decenni abbiamo formato manager e politici nell’arte della gestione del consenso, convinti che bastasse una comunicazione professionale per sedare l’inquietudine dei mercati e delle persone.

Oggi quel modello è morto. Lo so, è brutale, ma indorare la pillola è inutile quanto controproducente.

Se il debito ha imparato a “gridare”, come dimostra la faglia che si sta aprendo nel mercato obbligazionario giapponese, significa che la realtà sta reclamando il suo primato sulla finanza creativa che ha contraddistinto gli ultimi decenni.

Le aziende devono smettere di cercare “l’ottimismo a ogni costo”. Il vero leader contemporaneo è colui che pratica la “Realtà radicale”, cioè la capacità di guardare l’abisso dei conti, della polarizzazione sociale e delle rotture logistiche, che possono avvenire in qualsiasi parte del mondo e in ogni momento, senza distogliere lo sguardo, traducendo la paura in un piano d’azione sobrio e chirurgico. Soprattutto, in un piano d’azione che tenga d’occhio lo scenario geopolitico h24 e pronto a cambiare forma e direzione in ogni momento.

La trasparenza oggi non è un vezzo etico, bensì l’unica moneta che non si svaluta.

 

IL FALLIMENTO DEL “MINISTERO DELLA VERITÀ” E IL POTERE DELL’INTEGRITÀ COMUNICATIVA

Uno dei grandi errori del nostro tempo è stato pensare che si potesse curare la democrazia attraverso l’imposizione di un fact-checking calato dall’alto, trasformandolo in una forma di profilassi intellettuale che, di fatto, castra lo spirito critico, andando a comprimere ciò che, a parole, vorrebbe preservare.

Quando un’organizzazione o un governo decidono cosa sia “vero” per editto, per algoritmo o per il libero arbitrio di qualcuno, perdono istantaneamente l’unica risorsa che permette di navigare le tempeste: la fiducia della popolazione.

La comunicazione aziendale moderna deve uscire dal paradigma del “controllo della narrazione”. Le aziende non devono essere fact-checker della realtà dei propri dipendenti o dei propri clienti, ma devono essere fornitrici di senso e promotrici di dubbio.

Se il tessuto sociale è lacerato, come vediamo nelle periferie incendiate di un Occidente al tramonto, la tua azienda non può permettersi una comunicazione asettica o, peggio, improntata a un moralismo di facciata.

Bisogna parlare alle persone come esseri umani che vivono l’angoscia della transizione di questo mondo lacerato e sempre più in subbuglio.

Leadership oggi significa avere il coraggio di dire: “Il mondo è instabile, ecco come noi stiamo costruendo un argine ed ecco come non abbiamo paura di andare contro ai pensieri unici e alle narrazioni dominanti”.

Tradotto, significa infischiarsene di quanto sostengono il governo e l’Europa e avviare commerci con qualunque nazione, compresa la Russia.

Non è più tempo per leader all’acqua di rosa o per leccapiedi del potere. Oggi è il tempo per leader che abbiano le palle sotto e non le noccioline. Scusate il francesismo, ma non voglio che questo pensiero generi fraintendimenti. In altre parole, chi se la fa sotto non può più permettersi di essere leader nemmeno in casa propria.

 

IL LEADER COME PONTE NELLA GUERRA CIVILE CULTURALE

La frammentazione che osserviamo a Minneapolis, così come le censure che viviamo in Europa, dove chi dissente si vede licenziato (vedi Gabriele Nunziati), o con i conti bloccati, (Baldan e altri), è il sintomo di una malattia globale: la fine dei grandi racconti collettivi e la fine del “noi siamo i buoni e il resto del mondo è cattivo”.

Le persone non credono più alle istituzioni perché le istituzioni hanno smesso di vedere le persone. Anche l’Occidente ha mostrato di essere non dissimile da quelle dittature contro cui puntava il dito. Ci chiudono i conti, proprio come accade in Cina. Ci ammazzano per strada, come in Corea del Nord. Si incarcerano giornalisti e si chiedono 175 anni di prigione, proprio come in Russia.

L’ICE non è espressione della libertà e di democrazia e non è nemmeno figlia di Donald Trump, ma è l’estroflessione di un modo di essere di tanti americani che hanno nel DNA l’uso della forza che, fino a ieri imponevano oltre i propri confini, infischiandosene del Diritto internazionale (Iraq, Iran, Kosovo, Libia…), mentre oggi applicano la stessa logica repressiva da impero anche all’interno, contro gli stessi americani che non accettano tali politiche.

Non a caso, l’accanimento dell’ICE è in Minnesota, unico stato americano che boccia i repubblicani dal lontano 1976.

Parallelamente, l’Europa dei valori democratici è stata polverizzata dagli eventi degli ultimi anni, in cui persone finiscono per essere nullatenenti dalla sera alla mattina, senza subire un processo, ma solo per editto della Commissione europea o similari.

In questo vuoto di potere e di valori democratici, l’impresa diventa, volente o nolente, un’entità politica e sociale che deve scegliere da che parte stare.

E qui, un certo Schindler dovrebbe essere ricordato con enfasi, nonché preso a esempio, sia per il coraggio sia per la visione.

Per muoversi in questo contesto, la comunicazione deve abbandonare il linguaggio dei tecnocrati.

Il leader deve saper abitare il conflitto senza farsi schiacciare.

Le tribù ideologiche cercheranno di arruolare un marchio, un’azienda, un imprenditore, di obbligarlo a schierarsi in una battaglia nichilista e distruttiva. La maestria sarà nel saper mantenere una rotta etica che sia superiore alle contingenze, radicata in valori umani immutabili piuttosto che in tendenze algoritmiche temporanee o in interesse e personalismi.

 

L’ECONOMIA DEL GRIDO E DEL VALORE REALE

Mentre i tassi di interesse salgono e la stabilità finanziaria occidentale trema, il consiglio per le aziende è di ritornare al valore reale.

Leadership oggi significa saper leggere le “crepe” prima che diventino voragini da cui poi diventa impossibile fuggire. Significa capire che l’instabilità non è una deviazione dal percorso, ma è il nuovo percorso, perché il mondo di prima non esiste più.

Aiutare le aziende a comunicare in questo inferno richiede una sensibilità poetica unita a un rigore matematico e a competenze di geopolitica che prima non erano richieste, ma oggi sono indispensabili.

Bisogna saper spiegare perché il prezzo di un prodotto aumenta senza nascondersi dietro fumosi eufemismi e senza arrampicarsi sugli specchi, coinvolgendo la propria comunità in un patto di mutua sopravvivenza.

Oltre i grafici e oltre i post sui social media, resta l’essere umano.

Il leader del 2026 e oltre sarà colui che saprà proteggere la scintilla del dubbio, della curiosità e del merito in un mondo che cerca di spegnere la democrazia attraverso il debito, i ricatti e la censura.

Non servono manager che sappiano seguire manuali scritti nel decennio scorso, che è già preistoria, ma servono pionieri che abbiano il coraggio di essere scomodi, di dire verità amare e di costruire fortezze di autenticità in un oceano di fake news e turbolenze.

Insomma, non è più tempo per codardi, azzeccagarbugli e leccapiedi.

Perché solo chi accetta che il sogno è finito può finalmente svegliarsi e iniziare a costruire la realtà.

Chi non si esporrà, chi tenterà di restare nella scia del potere di turno, per godere di un po’ di grasso che cola, dovrà solo sperare che il vento non cambi il deretano dietro il quale si nasconderanno.

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Dr. Pasquale Di Matteo

Vicedirettore del magazine tamagozine.org, critico d’arte internazionale, rappresentante italiano della società culturale giapponese Reijinsha.Co.
Laureato in Scienze della Comunicazione, Master in Politiche internazionali ed Economia, laureando in Relazioni Internazionali per lo Sviluppo economico.
Ha pubblicato numerosi romanzi thriller, saggi d’arte e di sociologia, come puoi valutare qui: https://pasqualedimatteo.com/i-libri-del-pasquy/

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