PERCHÉ I DETECTOR AI STANNO DISTRUGGENDO LA COMUNICAZIONE AZIENDALE

Un articolo scritto da Pasquale Di Matteo

 

È un martedì pomeriggio come tanti.
Il tuo esperto Copywriter, un professionista che da dieci anni consuma la tastiera per tradurre in parole semplici la complessità dei tuoi impianti o analisi di rischio geopolitico, ti consegna il suo ultimo report.

Un testo denso, pulito. Una sintassi perfetta, senza sbavature, capace di rendere affascinante persino un catalogo di bulloneria speciale. Ineccepibile sotto il profilo della SEO, perché i suoi studi in Comunicazione sono di altissimo livello.
Tu prendi quel testo. Lo copi. Lo incolli nella schermata bianca di uno dei tanti “detector AI” diventati di moda nell’ultimo anno.

Fai clic. Attendi tre secondi.

Sullo schermo lampeggia un numero rosso sangue: 78% TESTO GENERATO DA INTELLIGENZA ARTIFICIALE.
Nel novanta per cento dei reparti marketing aziendali, a quel punto scatta il panico.
Il manager inizia a sudare freddo. Sospetta del suo miglior collaboratore. Urla al tradimento o, peggio, paga venti euro di abbonamento a un altro software che promette di “umanizzare” quel testo, trasformandolo in una brodaglia illeggibile pur di far comparire una spunta verde.

Ormai, è una psicosi collettiva. Una monumentale presa in giro di proporzioni fantozziane.
Per dimostrarlo, ho voluto fare un esperimento, di cui ho parlato anche in un articolo sul mio sito personale.
No, non ho preso parti della nostra Costituzione né della Dichiarazione d’indipendenza americana. Altri esperimenti che hanno portato, tuttavia, alle mie stesse conclusioni.

QUANDO L’ALGORITMO BOCCIA KING E DICKER

Non mi sono fidato delle slide commerciali di chi vende questi strumenti. Ho preferito l’empirismo della strada, la logica pura.
Prima ho passato al vaglio alcuni articoli scritti di mio pugno tra il 2009 e il 2016.
Risultato? Generati da AI tra il 72 e il 78%.
Allora, non ancora contento delle risate che mi stavo facendo, ho alzato la posta. Ho preso un capitolo del mio romanzo inedito, quello che adesso sto editando.
Risultato? Generato da AI al 78%.
“Sti cazzi!” direbbero a Roma.

A quel punto, la curiosità è diventata un’indagine quasi ossessiva. Ho riesumato un mio romanzo pubblicato nel 2021, Il Segreto di Lukas Kofler. Un’epoca in cui ChatGPT non esisteva nemmeno nella mente degli utenti comuni e l’IA generativa applicata ai testi era materia da appassionati di fantascienza. Ebbene, anche quel romanzo sarebbe artificiale al 76%.

Ma il colpo di grazia, la vera bomba atomica, l’ho sganciata sottoponendo ai rilevatori i mostri sacri della letteratura mondiale.
Ha estratto un brano da “IT” di Stephen King e un passaggio da “Il caso Alaska Sanders” di Joel Dicker. I sensori infallibili della purezza digitale non hanno avuto dubbi: 78% di intelligenza artificiale per King, 77% per Dicker.

Lo so cosa stai pensando. Ma aspetta. Respira. Non ne vale la pena.
Continuiamo.

Secondo questi software, Stephen King, un uomo che scrive a macchina o a penna dagli anni Settanta, impastando il testo con incubi, scenari ambigui e personaggi che ti accendono brividi anche sotto le ascelle, userebbe sottobanco un algoritmo per farsi produrre i capitoli dei suoi capolavori.
È una follia che farebbe ridere, se non stesse già facendo danni enormi all’interno delle aziende.

PERCHÉ LA BUONA COMUNICAZIONE B2B È IL BERSAGLIO PERFETTO DEI DETECTOR

La domanda sorge spontanea: perché questi programmi sparano numeri a caso, fallendo così miseramente di fronte alla vera scrittura?
Facile, perché non leggono. Non capiscono. Non hanno la minima idea di cosa sia un’emozione, una metafora o una sfumatura.
Analizzano la matematica del testo. Misurano la prevedibilità delle parole successive e la variazione della lunghezza delle frasi, il ritmo e la struttura.

Ed è qui che scatta il trappolone per chi lavora nella comunicazione.

Chi sa scrivere bene, chi ha studiato la sintassi, chi sa come alternare un ritmo incalzante a una spiegazione tecnica complessa, chi usa la punteggiatura con la precisione di un chirurgo, chi sa come funzioni la SEO, chi produce un testo strutturato, pulito, privo di ridondanze grammaticali, scrive come bisogna scrivere.

Usa quelle strutture, quel ritmo particolare, quelle frasi brevi.
Ma per un algoritmo, la precisione formale equivale a un modello matematico.
Di conseguenza, più un testo è scritto con maestria, rigore ed eleganza, più il rilevatore lo bollerà come prodotto da un robot.
Se invece scrivi in modo sciatto, sgrammaticato, infarcendo il testo di refusi, frasi sospese a metà e concetti sconnessi, con il soggetto e il verbo distanziati da trentotto righe, il software ti premierà con un bel certificato di “Umanità al 100%”, perché per quei software, gli umani sono dei trogloditi con la canotta sollevata sull’ombelico, che ruttano davanti a una partita di calcio ingozzandosi di porcherie.
Stiamo premiando la mediocrità mentre puniamo l’eccellenza.

IL MODELLO DI BUSINESS DELLA PAURA: IL PIZZO DIGITALE APPLICATO AI CONTENUTI

È uno schema vecchio quanto il mondo. La protezione mafiosa trasferita nel software della Silicon Valley.
Il software crea il panico, dicendoti che il tuo testo è “contaminato” e che Google ti penalizzerà, o che il tuo cliente ti riterrà un cretino che usa l’IA. Un secondo dopo, la stessa piattaforma ti mostra un pulsante dorato: “Clicca qui per umanizzare il testo”.
Tu tiri fuori la carta di credito aziendale, paghi un abbonamento e ottieni la tua “patente di appartenenza alla razza umana”.

E il risultato di questa “umanizzazione”?

Testi da bimbiminkia, spazzatura il cui tanfo ingiallisce le pareti. Robaccia mortificante per chiunque faccia della scrittura il proprio mestiere.
Aziende leader nel proprio settore, che spendono soldi a palate in ricerca e sviluppo per vendere impianti da decine di milioni di euro, finiscono per pubblicare sul proprio blog aziendale articoli che sembrano scritti da uno studente che in un liceo non avrebbe superato il primo anno, solo per compiacere la percentuale verde di un software farlocco.

Con lo stesso stile copia e incolla, le medesime frasi, i termini canonici.
È grottesco. È un suicidio di brand in piena regola. Ma è la realtà del nostro tempo.

COME DIFENDERE IL TUO BRAND DALL’INQUISIZIONE DIGITALE

Se gestisci la comunicazione di un’azienda o se scrivi contenuti B2B ad alto valore aggiunto, devi tracciare una linea netta. Adesso.
La comunicazione B2B non può permettersi di essere banale. Deve spiegare la geopolitica delle materie prime, la trasformazione dei mercati, la complessità delle normative europee, il funzionamento di macchinari ad altissima precisione. Richiede autorevolezza, ritmo, stile.
Perciò, banna i detector dai flussi di lavoro aziendali. Smettila di sottoporre i testi dei tuoi copywriter o della tua agenzia a questi test da chiaroveggenti. Non misurano la verità; misurano solo la prevedibilità di una combinazione di lettere.

Giudica i testi con il cervello umano, non con le percentuali.
Un contenuto funziona se incolla il lettore alla pagina, se spiega un concetto difficile con una chiarezza disarmante, se risolve un dubbio al tuo cliente B2B, se genera contatti e conversioni.

Un algoritmo non proverà mai brividi leggendo un’apertura formidabile. Il tuo cliente sì.
Revoca l’abbonamento ai “rilevatori” oggi stesso. Sono soldi gettati nel cesso.
E se il termine “cesso” ti ha fatto muovere di qualche millimetro il mento, capirai ancora meglio il concetto di questo articolo.
Smetti di pagare abbonamenti a software che vendono panico e restituiscono spazzatura.

Quei soldi usali per pagare meglio i tuoi autori, per fare ricerca sul campo, per intervistare i tuoi ingegneri, per analizzare i mercati esteri.
Rivendica la paternità dello stile. Se un cliente o un partner ti accusa di aver usato l’IA perché un software ha dato il 75% di scrittura da AI, rispondigli citando l’esperimento di cui sopra.
Ricordagli che, secondo quei software, anche Stephen King e Joel Dicker dovrebbero restituire i loro premi letterari.

LA SCRITTURA È SANGUE, NON ALGORITMI

La scrittura è ritmo. È respiro. È la capacità di prendere un lettore per il bavero della giacca alla prima riga e non lasciarlo andare fino al punto fermo finale. È fargli provare ilarità, benessere, gioia, terrore, disgusto, orrore. EMOZIONI, SENSAZIONI, PERCEZIONI.
L’Intelligenza Artificiale è uno strumento straordinario se usata come partner di ricerca, come archivio di dati, come generatore di bozze da smontare e ricostruire. Insomma, per svolgere compiti tecnici, per cui servono un cervello e competenze tecniche.

Ma la direzione d’orchestra, la rabbia, l’ironia, la creatività, la precisione meticolosa e la visione geopolitica appartengono, e apparterranno sempre, all’anima degli esseri umani.
I detector AI sono solo rumore di fondo. Una gigantesca montagna di spazzatura rivestita di deodorante a basso costo per far girare le carte di credito dei creduloni.

La prossima volta che qualcuno in azienda ti mostra un report dicendo che il tuo testo è “troppo perfetto per essere umano”, sorridi. Versati un caffè. Poi digli che persino Stephen King – e i suoi editor strapagati – ha preso 78% in quello stesso test, mentre chi risulta umanizzato è assai probabile che sborsi venti euro al mese di abbonamento per far scrivere immondizia a un software.

E torna a scrivere contenuti capaci di conquistare il mondo reale, tu che sai scrivere davvero, lasciando che i robot continuino a valutarsi tra di loro e a proporre testi “puliti” a chi, fino a ieri, non era capace di scrivere due righe credibili su WhatsApp, mentre oggi scrive su una newsletter.

Ah, per la cronaca, anche questo articolo risulta generato da AI per il 78%. Come Stephen King. Posso quasi tirarmela.
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Dott. Pasquale Di Matteo
Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese, Reijinsha, Vicedirettore del Magazine Tamago-Zine. Scrittore e saggista. Executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei.
www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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