AI, lavoro e identità: forse la domanda giusta non è “cosa ci toglierà?”, ma “cosa possiamo diventare?”
Un articolo di Federica Colonna
In questo periodo ho letto due libri molto diversi tra loro: Origin di Dan Brown e Antropotech di Camilla Brossa.
Due libri lontani per stile, ritmo e struttura.
Uno è un thriller, costruito attorno a grandi domande esistenziali, tecnologia, scienza, religione e futuro.
L’altro è un libro che parla di umanesimo tecnologico, intelligenza artificiale, consapevolezza e rapporto tra essere umano e innovazione, passando per 30 leggi Universali.
Eppure, pur partendo da strade diverse, mi sembra che entrambi tocchino un punto comune molto potente:
l’intelligenza artificiale non dovrebbe essere raccontata solo come una minaccia, ma come uno strumento che può aiutare l’essere umano a vivere, lavorare, pensare e organizzarsi meglio.
A patto, però, che l’uomo resti al centro.
Non la macchina.
Non l’algoritmo.
Non l’automazione spinta a tutti i costi.
L’uom, con la sua capacità di scegliere, interpretare, dare senso, assumersi responsabilità, sognare.
E soprattutto con la sua etica.
Perché il vero tema, forse, non è solo cosa può fare l’AI, ma:
con quale intenzione la usiamo?
con quali limiti?
con quale consapevolezza?
al servizio di quale idea di lavoro, di impresa, di società?
L’AI non è il mostro dientro la tenda, ma nemmeno la fata turchina.
Nel dibattito quotidiano sull’intelligenza artificiale vedo spesso due estremi.
Da una parte c’è chi la racconta come la soluzione definitiva a qualunque problema quotidiano, aziendale, organizzativo e forse anche sentimentale (su questo stendiamo un velo pietoso).
“Con l’AI fai tutto.”
“Con l’AI risparmi tempo.”
“Con l’AI sostituisci persone.”
“Con l’AI lavori mentre dormi.”
Che detta così sembra meravigliosa (mica tanto), ma qualcuno di umano deve comunque controllare se quello che ha prodotto ha senso.
Dall’altra parte c’è chi la vive come una minaccia assoluta.
Una forza fredda, impersonale, pronta a cancellare lavori, competenze, professionalità e identità.
E in mezzo ci siamo noi, persone normali, professionisti, lavoratori, imprenditori, consulenti.
Persone che non stanno discutendo di AI in astratto, ma si stanno facendo una domanda molto concreta: il mio lavoro esisterà ancora?
E quando fai la contabile, come nel mio caso, la domanda ti tocca molto da vicino.
Sarebbe ingenuo fingere che questo settore non si senta toccato dall’intelligenza artificiale, anzi.
La contabilità è uno di quei mondi dove l’automazione è entrata da tempo: fatturazione elettronica, importazioni automatiche, riconciliazioni bancarie, software sempre più evoluti, procedure digitali, controlli incrociati.
Oggi l’AI aggiunge un ulteriore livello.
Può leggere documenti.
Classificare dati.
Produrre sintesi.
Aiutare nell’analisi.
Velocizzare attività ripetitive.
Supportare nella costruzione di procedure, report, flussi di lavoro.
E allora sì, la domanda arriva:
se una macchina può fare una parte del mio lavoro, che cosa resta a me?
Una domanda scomoda, ma sicuramene anche necessaria, perché costringe a separare ciò che è pura esecuzione da ciò che è competenza vera.
Ed è qui, cambia tutto.
La contabilità non è solo registrare documenti
Per anni molte professioni amministrative sono state raccontate, e spesso percepite, come una sequenza di operazioni.
Registrare fatture.
Riconciliare banche.
Archiviare documenti.
Controllare scadenze.
Preparare prospetti.
Sistemare dati.
Tutte attività fondamentali, certo. Ma se riduciamo il lavoro contabile solo a questo, allora sì: una parte sarà inevitabilmente automatizzata.
Il punto è che il valore vero non sta solo nell’inserire un dato.
Sta nel capire se quel dato è corretto.
Sta nel sapere cosa manca.
Sta nel riconoscere un’anomalia.
Sta nel costruire un processo ordinato.
Sta nel collegare numeri, scadenze, liquidità, decisioni.
Sta nel parlare con il cliente e tradurre il caos in qualcosa di gestibile.
Perché l’AI può aiutare a leggere un documento, ma non conosce davvero il contesto di quell’azienda.
Può proporre una classificazione, ma non si assume la responsabilità del ragionamento.
Può generare un report, ma non sa se quel report risponde alla domanda giusta.
Può velocizzare un’attività, ma non decide quali attività hanno davvero valore.
E soprattutto: non può sostituire la relazione di fiducia che nasce quando una persona sa di avere davanti qualcuno che non sta solo “facendo contabilità”, ma sta proteggendo un pezzo importante della sua organizzazione.
Il punto non è difendersi dall’AI. È capire chi vogliamo diventare NOI con l’AI
Ed è qui che, secondo me, i due libri che ho letto si incontrano con il mio momento professionale.
Perché entrambi, in modo diverso, sembrano suggerire una cosa:
la tecnologia non cancella l’uomo, se l’uomo smette di delegarle la propria identità.
L’AI può diventare una minaccia quando la usiamo per evitare di pensare.
Quando la trattiamo come una scorciatoia assoluta.
Quando la mettiamo al posto della responsabilità.
Quando le chiediamo non solo di aiutarci, ma di scegliere per noi.
Ma può diventare un mezzo potentissimo quando la usiamo per liberarci spazio…mentale, operativo, creativo e umano.
E forse questo è il punto che oggi mi interessa di più.
Se l’AI può alleggerire alcune attività ripetitive, allora la vera domanda diventa:
cosa posso sviluppare di me, mentre una parte del lavoro cambia?
Forse il futuro del lavoro passa anche dalle nostre passioni
In questo periodo sto vivendo una fase di evoluzione professionale.
- Cambi di ruolo.
- Nuovi progetti.
- Nuove responsabilità
- Un modo diverso di guardare il mio lavoro.
- Nuove ambizioni
E più rifletto sull’AI, più mi convinco che il tema non sia solo “come proteggere il lavoro che faccio oggi”.
Il tema è anche: quali parti di me posso finalmente portare dentro il mio lavoro?
Perché per anni ci siamo raccontati che la professionalità dovesse essere una cosa seria, neutra, quasi sterile.
Competenza sì.
Precisione sì.
Metodo sì.
Ma guai a metterci troppo di sé.
Io invece credo che il futuro andrà nella direzione opposta. Più le macchine diventeranno brave a eseguire, più le persone dovranno diventare riconoscibili nel pensare.
Nel comunicare.
Nel creare connessioni.
Nel semplificare.
Nel formare.
Nel costruire fiducia.
Nel trasformare esperienza tecnica in valore comprensibile.
E qui entrano le passioni.
La scrittura.
La divulgazione.
La formazione.
La capacità di spiegare concetti difficili in modo semplice.
L’ironia.
La creatività.
Il desiderio di costruire strumenti utili per chi lavora davvero nelle aziende, non solo per chi ama i manuali pieni di parole altisonanti.
Io ho deciso di scrivere un libro, che nasce proprio da questo. Dal desiderio di unire competenza amministrativa, esperienza sul campo, controllo di gestione, linguaggio semplice e un po’ di sana ironia.
La domanda non è: “l’AI mi sostituirà?”
Forse la domanda più utile è un’altra: quale parte del mio lavoro è davvero mia?
Quella fatta di esperienza.
Di giudizio.
Di relazione.
Di visione.
Di responsabilità.
Di creatività.
Di capacità di fare domande scomode.
Perché se tutto il mio valore professionale sta in un’attività ripetitiva, allora sì, devo preoccuparmi.
Ma se quella attività ripetitiva diventa solo una base, e sopra ci costruisco metodo, consulenza, organizzazione, comunicazione, formazione, controllo e pensiero critico, allora l’AI non è più solo una minaccia, diventa una leva.
E quindi sì, forse niente succede per caso. Forse non è un caso che io abbia letto questi due libri proprio adesso, anche se comprati in periodo molto diversi e lontani tra loro.
In un periodo in cui mi sto chiedendo come evolvere senza perdere identità.
In un periodo in cui il mio lavoro, come tanti altri, guarda all’AI con un misto di curiosità, prudenza e quel leggero brivido lungo la schiena che di solito arriva quando il cliente dice:
“Chatgpt mi ha detto che…perchè tu non hai fatto cosi?”
Forse questi libri mi hanno ricordato una cosa semplice: il futuro non si subisce soltanto.
Bisogna fare un viaggio dentro noi stessi e chiederci
chi siamo?
cosa sappiamo fare davvero?
che valore portiamo?
cosa vogliamo diventare?
quali passioni possiamo smettere di tenere in un cassetto?
Perché forse l’AI non ci sta solo chiedendo di aggiornare le competenze, ma ci sta chiedendo di aggiornare l’idea che abbiamo di noi stessi.
E per chi lavora con i numeri, questa è una bella sfida.
E voi come la vedete? L’AI vi fa più paura o vi sta spingendo a ripensare il vostro modo di lavorare?
Io, intanto, continuo a scrivere il mio libro.

