SHOCK NELLA SILICON VALLEY: GLI INGEGNERI IMPLORANO I FILOSOFI. “TORNATE, STIAMO AFFONDANDO!”

di Pasquale Di Matteo

Siamo diventati codice. O, peggio, siamo diventati gli ostaggi inconsapevoli di un codice scritto da altri.

Mentre eravamo distratti a scrollare compulsivamente gli schermi dei nostri smartphone, convinti di avere il mondo in tasca, una manciata di ingegneri rinchiusi nella bolla dorata della Silicon Valley stava riprogrammando le regole della nostra esistenza.

E lo stava facendo senza chiedere il permesso, senza passare per un parlamento, senza domandarsi se fosse giusto.

Oggi, però, l’Intelligenza Artificiale è tra noi, la creatura prediletta del tecno-capitalismo che sta sfuggendo di mano persino ai suoi creatori, il prodotto finale di quella tecnologia che, senza etica, senza pensiero, senza morale, è drammaticamente cieca e fioriera di danni.

LA DITTATURA INVISIBILE DEL SOFTWARE E IL TRAMONTO DEL LAVORO

Un tempo c’erano le ciminiere, c’erano le catene di montaggio sporche di grasso, dall’aria rancida dell’acqua chimica. C’erano i fumi neri, i ritmi alienanti, il sudore, il caldo.

Ve lo ricordate Charlot, risucchiato dagli ingranaggi spietati della fabbrica? Quella era la Rivoluzione Industriale.

Ci mise due secoli per cambiare il volto del pianeta, per trasformare l’uomo contadino nell’uomo operaio.

Oggi, la Rivoluzione Digitale ha fatto lo stesso in una manciata di decenni, ma con una differenza spaventosa: i nuovi ingranaggi non si vedono e l’uomo operaio non sarà trasformato, perché la sua esistenza nei processi non servirà più.

Il motore di questa nuova era è immateriale, è il software, che ha un’ampiezza totalizzante, una profondità che penetra le nostre relazioni più intime, che diventa amico, consigliere, terapista perfino, a una velocità che ci toglie il respiro, impedendo qualsiasi adattamento fisiologico.

La fabbrica non è più un luogo fisico chiuso tra quattro mura, ma è ovunque. È la scuola, è l’ospedale, è il tribunale, è il nostro salotto di casa.

E, in questa fabbrica invisibile, l’Intelligenza Artificiale non si limita più a eseguire comandi stupidi a una velocità folle, ed è già diventato obsoleto costruire prompt adatti, perché apprende e decide da sé.

Agisce e, fatalmente, sostituisce, senza bisogno di comandi, di istruzioni o di stimoli.

Non rimpiazza più solo il sudore e la fatica muscolare, ma aggredisce il lavoro cognitivo.

Avvocati, impiegati amministrativi, ingegneri, e, paradossalmente, gli stessi programmatori informatici, si scoprono improvvisamente a rischio esubero, spazzati via da macchine in grado di generare contratti, sentenze e stringhe di codice in frazioni di secondo e con un’abilità e una precisione che presto saranno irraggiungibili da qualunque essere umano.

IL VUOTO ETICO DEI NUOVI PADRONI DEL MONDO

Ma a chi abbiamo consegnato le chiavi del nostro futuro? A chi abbiamo delegato la nostra sovranità?

La risposta fa tremare i polsi, perché abbiamo ceduto il potere decisionale su cosa sia vero o falso, giusto o sbagliato, a piattaforme private multinazionali, giganti come Google, Meta o X (ex Twitter), che operano come Stati sovrani, ma senza costituzioni e senza elezioni.

Hanno poteri immensi, poiché possono silenziare un Presidente degli Stati Uniti o amplificare la rabbia sociale manipolando un algoritmo; possono generare notizie false, con tanto di fonti false a supporto, anche video, e sempre più difficili da individuare.

Queste aziende, veri e propri poteri sovrannazionali, hanno costruito scatole nere algoritmiche così complesse che oggi risultano imperscrutabili persino agli stessi tecnici che le hanno partorite.

È il trionfo della tecnica sganciata dal senso, è la hybris greca travestita da progresso inevitabile.

LA RIVINCITA DEI FILOSOFI: QUANDO IL CODICE IMPLORA UN’ANIMA

Eppure, proprio sull’orlo dell’abisso, il mercato sta imponendo una retromarcia clamorosa.

La sbornia da “bro” della tecnologia sta passando.

Le aziende tecnologiche, dopo aver venerato per vent’anni esclusivamente sviluppatori, nerd e geni della matematica, si sono schiantate contro il muro della realtà: una macchina che impara da sola rischia di imparare i nostri peggiori pregiudizi, poiché l’algoritmo non ha un’etica, non suda, non sanguina, non prova pietà, non sa contestualizzare l’ironia e, soprattutto, non si fa domande.

E allora, chi chiamerai quando il tuo chatbot genererà risposte razziste o la tua intelligenza artificiale discriminerà un candidato durante un’assunzione? O quando non sarà in grado di stabilire cosa siano razzismo e discriminazione e cosa siano critica e diritto di opinione?

Improvvisamente, le lauree umanistiche non sono più il parcheggio per sognatori destinati alla disoccupazione. Anzi.

La Silicon Valley, le startup innovative e i colossi dell’IA stanno assumendo disperatamente filosofi, linguisti e semiologi. Ma anche storici e sociologi.

Si sono accorti che per addestrare i modelli di Natural Language Processing (NLP), non basta la sintassi informatica; serve chi capisce l’anima del linguaggio, la semantica, l’ambiguità poetica della parola umana.

Serve chi sa interrogarsi sui temi esistenziali e sa porsi domande con spirito critico. E anche con un livello culturale che vada oltre un codice fatto di numeri.

I laureati in filosofia, abituati a masticare dilemmi etici irrisolvibili, decostruire argomenti e allenare il pensiero critico, sono diventati le figure professionali più ricercate per fare da “moderatori etici” agli algoritmi.

Una macchina sa “come” costruire un sistema in pochi secondi, ma serve un essere umano per chiedersi “perché” costruirlo e, soprattutto, a “quale prezzo” sociale.

Gli storici e i sociologi conoscono i fatti e hanno un valore inestimabile per valutare che cosa sostenga una Intelligenza Artificiale, motivo per cui sarebbe opportuno chiedersi se l’utilizzo di questi software non debba essere regolamentato in base alla cultura del suo fruitore, per evitare che l’AI possa plasmare menti che non hanno le competenze per accorgersene, distinguendo il vero dal falso.

LE UNIVERSITÀ E L’IBRIDAZIONE DEL SAPERE

Il mondo accademico, seppur con la sua cronica lentezza, ha fiutato il cambio di rotta.

La storica e polverosa trincea che separava le discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) dalle discipline umanistiche sta crollando. Non aveva più senso.

Oggi fioriscono i corsi di Informatica Umanistica, percorsi magistrali in Management della Transizione Digitale e specializzazioni in Data Science applicata alle scienze umane.

Si creano finalmente professionisti ibridi, ponti viventi, umanisti che sanno programmare in Python e ingegneri che studiano Platone e Kant, perché estrarre un dato dai Big Data è un’operazione matematica, ma interpretare quel dato, dargli un contesto storico e valutarne l’impatto sulle persone, è un’operazione profondamente umanistica.

IL NUOVO UMANESIMO DIGITALE: UNA QUESTIONE DI SOPRAVVIVENZA

Lasciare che la tecnologia segua il suo corso come un fiume in piena, sperando che non travolga le nostre case, è un suicidio collettivo.

Serve, con urgenza assoluta, un “Nuovo Umanesimo Digitale”. Dobbiamo riprendere l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci e rimetterlo lì, al centro del disegno, al centro del mondo.

È la tecnologia che deve inchinarsi all’essere umano e ai suoi valori inalienabili, non il contrario.

Dobbiamo pretendere, con la forza della politica e delle istituzioni – come sta timidamente provando a fare l’Unione Europea con l’AI Act, – che la delega decisionale agli algoritmi abbia dei limiti invalicabili.

La sovranità della nostra mente non è appaltabile a un software.

Il dubbio, l’errore, l’intuizione illogica e la compassione sono “inefficienze” meravigliose che ci rendono umani e, oggi, difenderle non è solo un vezzo filosofico, ma l’unico modo che abbiamo per non finire rottamati da noi stessi.

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Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei. Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership. Lavora con CEO, leader, professionisti e artisti sulla crescita professionale e personale, attraverso storia, arte, geopolitica e comunicazione. Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese, Reijinsha, e Vicedirettore del Magazine Tamago-Zine, dove analizza gli scenari internazionali. Laurea in Scienze della Comunicazione, Master in Politiche internazionali ed Economia, laureando in Relazioni internazionali e Sviluppo economico.

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