Ma se la banca non finanzia, chi lo fa davvero?

Un articolo di Patrizio Gatti

Verso la fine di aprile di qualche anno fa, un piccolo imprenditore del settore metalmeccanico ha inviato all’anticipo una Ri.Ba. una ricevuta bancaria.

Cliente nuovo, primo ordine, prima tranche a 30 giorni. La banca anticipa tranquillamente il credito.

In quel momento l’azienda ha un rating appena sufficiente. Questo può significare una liquidità più fragile, un rischio percepito più alto per la banca, una maggiore vulnerabilità in caso di imprevisti.

Il merito creditizio è il risultato di più dati e fattori messi insieme. I risultati economici e i bilanci degli anni precedenti, la capacità dell’azienda di generare margini, le previsioni future quando esistono budget e piani credibili. Conta anche il comportamento giorno per giorno in banca: saldi di conto corrente, utilizzi, eventuali insoluti. E poi c’è la Centrale Rischi, che in poche parole è la fotografia di tutti i finanziamenti e i fidi concessi dal sistema bancario e di come l’azienda li sta gestendo. È lì che ogni banca o finanziaria può vedere la storia complessiva del rapporto dell’impresa con il sistema del credito.

In effetti, negli anni precedenti l’azienda aveva avuto alcuni insoluti su ricevute bancarie. Questo aveva peggiorato il profilo della piccola impresa. Proprio per questo il funzionario bancario teneva gli occhi ben aperti.

Qualche giorno prima della scadenza della Ri.Ba, il cliente finale chiede di spostare il pagamento di un mese, spiegando che i suoi incassi si sono allungati.

L’imprenditore valuta la situazione e accetta. Poi fa una cosa corretta: telefona alla banca.

Il funzionario ascolta, guarda la pratica e si irrigidisce, andando subito in difensiva. Quel credito, all’improvviso, non sembra più così tranquillo. Si lascia intendere che le ricevute di quel cliente, in futuro, potrebbero non essere gradite.

In realtà, in questo caso, non c’è ancora nessun insoluto. C’è solo una richiesta operativa, richiamare la Ri.Ba e riemetterla con una scadenza spostata di un mese. Anche se dal punto di vista operativo è possibile, per la banca ogni variazione di questo tipo può essere letta come un segnale.

Il giudizio, in questo caso, nasce probabilmente dalla paura di trovarsi davanti a una furbata. In passato l’azienda aveva avuto insoluti, è vero. Ma qui non stava scaricando un problema sulla banca, anzi stava segnalando in anticipo una variazione.

Dal lato banca il ragionamento resta difensivo, con il portafoglio crediti ancora sotto esame. L’idea, probabilmente, è bloccare prima per evitare situazioni complicate in futuro.

Dalla parte dell’imprenditore, però, la percezione è diversa. Chi lavora sul mercato sa cosa vuol dire andare a cercare i soldi, parlare con i clienti, tenere in piedi i rapporti commerciali.

Ed è qui che, al di là di questo episodio, viene fuori una riflessione importante. Un’impresa non può permettersi di contare solo sul credito bancario.

Se alla prima difficoltà il sistema del credito si irrigidisce, se anche un semplice slittamento diventa un problema, chi finanzia davvero l’impresa?

Nella teoria i clienti dovrebbero pagare sempre puntuali. Nella pratica, a volte, non succede.

Molte aziende vanno avanti appoggiate moltissimo ai fidi bancari. Finché tutto fila liscio funziona. Quando qualcosa cambia, anche di poco, si va in tensione.

Il punto non è puntare il dito contro le banche. La questione è capire cosa succede quando l’impresa resta senza alternative.

Serve capire se l’azienda fa davvero margini che creano liquidità e quanta di quella liquidità viene incassata.
Serve anche capire e gestire bene i flussi monetari del ciclo produttivo, cioè far entrare i soldi prima che escano, o almeno non troppo dopo.

In pratica significa guardare dopo quanto tempo pagano i clienti, per quanto la merce resta ferma in magazzino e in quanti giorni si pagano i fornitori. Quando questi tempi funzionano bene, l’azienda sta meglio. Quando non lo fanno, la liquidità può faticare.

Alla fine tutto passa dai flussi finanziari.

Vuol dire sapere in anticipo quando e se può mancare liquidità, accantonare nel tempo risorse per coprire gli imprevisti.
In pratica, costruire e gestire un autofinanziamento.

Arrivare, quando possibile, a usare il fido come supporto, non come unica stampella.

Perché il problema non è la banca che dice no. Il problema è un’azienda che oggi arriva scoperta sui fidi o con utilizzi al massimo, senza avere chiaro cosa viene davvero valutato quando si parla di affidabilità bancaria.

La gestione della liquidità può fare la differenza tra crescita e ristagno.

Ed è da lì che un imprenditore dovrebbe iniziare a guardare i suoi numeri ed indicatori, prima che lo faccia qualcun altro.

 

Patrizio Gatti

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