AI O HI?
Un articolo di Cecilia Di Pierro
AI O HI?
LA DOMANDA E L’ARGOMENTO DEL MOMENTO
DUE SIGLE, ILLUSIONE O REALTÁ?
Non avrai altro argomento all’infuori di AI – La discussione del momento secondo un’Interprete.
PREMESSA FONDAMENTALE
Il presente Articolo non vuole essere un trattato specialistico sull’Intelligenza Artificiale, perché questo sarebbe presunzione.
Lo stesso mira semplicemente a fornire una panoramica su una questione dibattuta a vasto raggio, eppure analizzata semplicemente dal punto di vista soggettivo, analitico e non empirico, né utilizzando dati che sfuggono alla mia conoscenza e al mio controllo.
LA “CREATURA”
Ultimamente sembra che non esistano altri argomenti se non quelli sulla “Creatura”, come sono solita definire scherzosamente l’Intelligenza Artificiale.
La cosa che mi colpisce di più, ogni volta che si parla di AI applicata alla scrittura, o al mondo del lavoro in generale, è la velocità con cui la conversazione si sposta sulla tecnica, sull’apparente miracolo, o sulla minaccia artificiale, a seconda di come si vede la “Creatura”, e la lentezza con cui, invece, si affronta la questione della responsabilità legata all’uso dell’Intelligenza Artificiale.
LA DOMANDA SORGE SPONTANEA
Antonio Lubrano
LA RISPOSTA DI UN’INTERPRETE ARRIVA TEMPESTIVA, VELOCE, DETERMINATA, EPPURE UMANA
Ci chiediamo spesso se l’intelligenza artificiale scriverà meglio di noi, se ci sostituirà, se il lettore se ne accorgerà, se i libri del futuro saranno indistinguibili da quelli scritti da una persona vera, o se l’Intelligenza Artificiale ci “ruberà il lavoro” e ci lascerà tutti a piedi, creando un “Brave New Jobless World” (Un Nuovo Mondo di Disoccupati).
Indubbiamente quelle sopra sono domande legittime.
Con tutta l’obiettività e la schiettezza che mi contraddistinguono, tuttavia, spesso ho l’impressione che si tratti di domande comode, perché spostano il centro del problema fuori da noi stessi.
PERCHÉ LO DICO?
Perché AI è stata generata da HI e non viceversa.
AI esegue, mentre HI dispone.
Entra in gioco la facoltà decisionale dunque.
E chi decide?
Decidiamo noi.
Chi vuole farci credere che la “Creatura” si sostituirà a noi, sta semplicemente, a mio avviso, creando allarmismo, approfittando forse di una conoscenza approfondita della materia che, invece, a parer mio, a molti manca.
L’eccessiva fiducia nel “detto” umano genera spavento.
“MINACCIA” DI UNA MACCHINA
È rassicurante pensare che il pericolo venga da una macchina. Molto meno rassicurante è ammettere che, forse, da anni stiamo già addestrando noi stessi a scrivere in modo sempre più prevedibile, levigato, innocuo e, probabilmente, piatto.
Il mio intento è quello di affrontare il tema nella sua interezza, illustrando quello che, secondo me, è il problema, fornendo anche una “ceciliana” motivazione del perché l’AI non costituisca il punto centrale della discussione
A tale proposito, una domanda, apparentemente “Strana”.
SCRIVIAMO COME ROBOT?
Secondo me l’AI non scrive in maniera “fredda”, o “senz’anima”.
Secondo me scrive semplicemente senza assumersi il rischio, o il peso, del contenuto ed è proprio questa la differenza.
A ben pensarci, la scrittura umana lascia sempre un segno, comporta il rischio del “detto” ed espresso, è asimmetrica, talvolta strana, altre volte imperfetta. Eppure ha una sua “anima”, un’essenza per così dire, un cuore, o una voce.
La scrittura artificiale, per contro, è piatta, talvolta amorfa, oserei dire, non ha tono, tonalità o colore. Certamente è tecnicamente perfetta, ma umanamente perfettibile e, forse, opinabile.
Non sto facendo un giro di parole. Non sto puntando l’Intelligenza contro la “Creatura”.
Sto semplicemente difendendo il nostro ambito, il nostro patrimonio: la Scrittura umana, frutto di anni e anni di studio, impegno, sacrifici, e, perché no, genialità.
Possiamo forse dire che la “Creatura” è geniale?
Genio, piuttosto, è colui che ha inventato qualcosa uguale, o simile a sé stesso.
Da qui, il passo successivo, ovvero:
LA SCELTA
AI o HI?
Scegliere è difficile, ma possibile e comporta un certo margine di rischio.
Per sua natura, l’AI evita accuratamente proprio quel margine di rischio, opta per la certezza statistica, sceglie ciò che somiglia al già letto, ciò che non stona: un déjà-vu, per così dire.
Ecco perché, talvolta ha le allucinazioni. In fondo è un prodotto umano: Non stupirti dell’Ordinarietà. Lascia che siano gli altri a stupirsi della Straordinarietà (cito un mio Aforisma)
RICORDI E LETTERATURA
Tutti abbiamo studiato, chi più chi meno.
Tutti abbiamo letto opere letterarie.
Che cosa c’entra con l’Intelligenza Artificiale?
C’entra, eccome, a mio avviso, perché la letteratura che ricordiamo è quasi sempre frutto d’ingegno umano e, in quanto tale, imperfetta, stonata, eppure affascinante, proprio perché umanamente stonata.
Faccio quindi un collegamento con l’imperfezione.
Penso spesso a quanto, negli ultimi anni, molti autori abbiano interiorizzato una specie di paura del difetto. Vogliono che tutto suoni bene, che tutto sia ordinato, che ogni scena “funzioni”, che ogni dialogo sia chiaro, che nessuna frase sembri sbagliata.
È comprensibile, soprattutto in un’epoca in cui siamo esposti continuamente al giudizio altrui, alle recensioni, ai commenti, ai confronti. Questa ossessione per la perfezione ha prodotto un effetto collaterale grave, simile a quello di un farmaco da non assumere in caso di grave allergia: testi che non sbagliano quasi mai, ma non “graffiano” neppure più, non suscitano quella “rabbia” umana, altrimenti normale davanti a contenuti che non piacciono, non attraggono e non interessano.
IL “MOSTRO”
Da qui allo scatenare terrore, il passo è breve: l’AI semina panico e inquietudine non perché inventi qualcosa di nuovo, o sconvolga un equilibrio secolare, bensì perché si inserisce perfettamente in una tendenza diffusa da anni, forse secoli, vale a dire: l’abitudine individuale ad affidarsi esclusivamente al proprio intuito, alla propria sensibilità e alla propria umanità in senso lato.
In un certo senso, non ha creato il problema, lo ha solo portato alla luce con una brutalità tale da causare terrore e sconforto, probabilmente generando anche ansia. Ci ha dimostrato quanto una parte della scrittura odierna fosse già diventata il semplice risultato di un algoritmo, una formula, un segno superficiale, una serie di note aritmate e piatte.
Forse ci ha costretti ad osservare e guardare in faccia una verità scomoda: se il nostro obiettivo è meramente quello di comporre testi formalmente corretti, allora è evidente che la macchina può farlo senza alcun problema.
Forse può farlo anche meglio di noi, perché si basa su una serie di ordini impartiti da noi, quindi elaborati, processati e perfezionati.
Ma se scrivere significa anche prendere posizione, formare e plasmare il linguaggio con la propria esperienza, la propria competenza, trasmettendo emozione e pathos, il discorso cambia completamente.
Proprio qui entra in gioco quello che spesso viene chiamato “Tone of Voice”, o “Tono”, “Tonalità”.
Perché alla fine la voce non è uno stile. Questa è forse la cosa più spesso fraintesa. La voce non coincide con l’uso di determinati aggettivi, con il lessico ricercato, con il tipo di sintassi utilizzata, né, tantomeno, con una forma verbale o stilistica specifica.
Quella è la superficie: la voce vera, trasmessa con la Scrittura, è un modo di guardare. È il tipo di attenzione dedicato alle cose, alle persone e alla realtà in generale.
La stessa stanza può essere descritta da due persone contemporaneamente, utilizzando aggettivi diversi, proprio come quelli usati per riferire sensazioni scaturite dallo stesso odore, dalla stessa scena di vita o da un ricordo in particolare, scrivendo tuttavia testi totalmente diversi, non perché usano l’una parole più belle dell’altra, bensì perché ognuna vede, o sente, qualcosa che l’altra non percepisce.
In altri termini: entra in gioco l’emozione, quel tratto distintivo che caratterizza proprio l’Intelligenza Umana rispetto all’Intelligenza Artificiale.
Proprio qui ha origine e si sente la voce: nel filtro invisibile con cui l’Autore descrive il mondo e la realtà.
Per deformazione professionale, mi piace leggere, osservare e cercare più sinonimi per uno stesso termine. Uso per così dire dei filtri.
Questo filtro non si può automatizzare davvero, perché non scaturisce esclusivamente dalla lingua, è il risultato di una ricerca mirata, condotta attraverso tutti e cinque i sensi, nel tempo, originata forse anche da ricordi tristi, dalle ferite, dalla memoria, dai dettagli che ci si sono attaccati addosso senza chiedere l’autorizzazione ad entrare, da notti insonni passate a “Singing and Dancing with the Boss”, per non pensare ai numerosi problemi che incombono su tutti noi – Lungi da me l’idea di piangermi addosso, o fare la vittima (mi sia concessa la digressione umana).
SIMULAZIONE E SPIRITO DI EMULAZIONE
L’intelligenza artificiale può simulare un tono, può imitare un registro, può persino proporre un prodotto molto simile a una certa eleganza narrativa. Non può provare le stesse sensazioni, o le stesse paure che generano ansia o inquietudine. In poche parole: non prova emozione.
IN CONCLUSIONE
C’è un ulteriore aspetto che, secondo me, merita particolare attenzione. Precisamente: la tentazione di usare l’AI non per pensare meglio, ma per proteggerci da noi stessi, una vulnerabilità non trascurabile.
Da qui a uno scenario, a mio avviso, degno di un film “Apocalypse Now”, ovvero: usare l’Intelligenza Artificiale per farci dominare da una scena invece di attraversarla, illudersi di migliorare un dialogo, mentre, in realtà, lo stiamo sterilizzando. Invocare, e ostentare, l’uso di una formula elegante a tutti i costi, quando quella frase era comprensibile e chiara, proprio perché leggermente imperfetta, forse un po’ strana e “fuori schema”, eppure proprio per quello umana e più nostra.
Non si tratta di una barriera tecnologica, quanto, piuttosto, di un limite emotivo. Ogni volta che si affida precocemente un testo all’AI, si corre il rischio di “lustrarlo” prima ancora che abbia avuto il tempo di vivere e sopravvivere alla “Creatura”.
E allora forse la vera posta in gioco non è semplicemente salvare la scrittura, o il lavoro umano dall’AI. È salvare la scrittura, o il frutto d’ingegno, dalla nostra voglia di rendere tutto sempre più efficiente, più perfetto, più rapido, più pubblicabile e più “editabile”.
La perfezione non esiste, la perfettibilità sì.
Tutto ha i suoi tempi.
Qualcuno potrebbe obiettare dicendo: “Cecilia, ma il mercato ama la velocità”. Allora potrei rispondere che il lettore, il Cliente, o il fruitore del nostro lavoro in generale, continua a ricordarsi delle cose, dei prodotti, o delle opere, che non sembrano uscite da una catena di montaggio, ma sono scaturite dal talento, dalla competenza, o dall’impegno: tutte caratteristiche umane, appunto.
LE VERITA’ SCOMODE SULLA “CREATURA”
In fondo il problema non è se pubblicheremo un numero maggiore di libri, nel caso della Scrittura in senso lato, o se produrremo allo stesso ritmo dei “Bo”, leggi Robot, come li chiama la mia Sarte cinese, un esempio umano di efficienza, precisione e velocità allo stesso tempo.
Il problema è cosa succede alla nostra identità narrativa, o di lavoratori, quando iniziamo a pensare che la quantità compensi la riconoscibilità.
Il nocciolo della questione è che un autore non diventa indispensabile perché è instancabile. Credo che ognuno di noi diventi indispensabile quando, dopo poche righe, ci accorgiamo di essere unici e che un determinato contenuto possiamo scriverlo soltanto noi.
In altri termini: UNICITÁ, scaturita da un lungo lavoro di selezione, esposizione e onestà intellettuale. Ciò significa rinunciare a volere essere a tutti i costi impeccabili, sacrificando la nostra ambizione e cedendo il passo alla semplicità, per essere veri e autentici.
Forse è proprio questo che rende il momento della scrittura così interessante. L’AI ci obbliga a smettere di prendere la competenza per presenza.
Più che indurci a chiederci se il testo “funzioni”, ci spinge a domandarci se siamo effettivamente in quel testo. E secondo me, per quanto apparentemente paradossale, è una buona notizia. Perché ci spinge a porci una domanda più sensata, più matura e ponderata, del tipo: non “qual è la velocità massima di scrittura”, bensì “quale contenuto umano posso pensare e trascrivere in una pagina?”
Ed è lì, in quella domanda, che sta la chiave: AI non ci sostituirà, né ci ruberà il lavoro, perché l’emozione ha la voce umana.
AI è afona.
Facciamo sentire la nostra voce, scegliamo di restare umani, scegliendo gli strumenti giusti per migliorare noi stessi e il mondo. Vorrei continuare a viaggiare nel “Maggiolone” di altri tempi, pensando alle emozioni provate viaggiando a velocità umana in un’auto d’epoca.
Un Articolo di
Cecilia Di Pierro


