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Oggi: Pasquale Di Matteo

Quando ho conosciuto Pasquale, è bastata una breve chiacchierata per capire che era una persona preparata, che si era sudata la competenza, una persona che ha vissuto prima di raccontare. Sebbene mi fosse stato presentato da Alessandro come un esperto di comunicazione, credo che lui sia una delle persone più multidisciplinari che abbia incontrato negli ultimi anni.

C’è una caratteristica che mi ha colpita fin dal nostro primo confronto e che continua ad affascinarmi ancora oggi: la sua capacità di leggere la realtà da prospettive diverse, di collegare discipline e competenze apparentemente lontane e di portare sempre un punto di vista originale ed efficace.

Personal Branding, comunicazione, storia, arte, geopolitica, relazioni internazionali, leadership, coaching. Ambiti diversi, certo. Eppure, osservando il suo percorso, in effetti appare evidente che esiste quel file rouge… la comunicazione.

La comunicazione intesa come capacità di comprendere le persone, interpretare i contesti e le culture, costruire relazioni, dare significato alle esperienze e trasformare la conoscenza in valore reale.

Nel tempo ho imparato ad apprezzare anche altri aspetti di Pasquale, come la determinazione con cui difende le proprie idee, il coraggio di sostenere posizioni non propriamente allineate al pensiero dominante, anzi, spesso molto controcorrente. La volontà costante di studiare, approfondire e comprendere ciò che accade attorno a lui.

Soprattutto, ho avuto modo di conoscere una persona disponibile e generosa.

Nonostante i numerosi progetti che segue e gli ambiti molto diversi nei quali opera, Pasquale ha sempre trovato il tempo per condividere conoscenze, contribuire con idee e offrire il proprio supporto. Lo ha fatto anche all’interno della Community EVE – Elite Value Exchange, partecipando con disponibilità e mettendo a disposizione contenuti basati sulla sua esperienza e riflessioni di valore.

Nel corso degli anni l’ho visto evolvere. Sempre diretto, sempre verace e senza peli sulla lingua, ma con una capacità sempre maggiore di creare dialogo e confronto. Una crescita che considero il segno distintivo delle persone che continuano a mettersi in discussione e a lavorare su sé stesse.

È per me un piacere e un privilegio intervistarlo, per mostrare meglio la persona che c’è dietro il professionista. Le sue abitudini, le sue priorità, il suo modo di lavorare, di studiare e di organizzare una vita professionale che attraversa mondi diversi senza mai perdere coerenza.

Perché dietro ogni competenza c’è sempre un percorso. E dietro il percorso di Pasquale c’è tanta roba! Un insieme di esperienze, scelte, cambiamenti e incontri che hanno contribuito a costruire la persona e il professionista che è oggi.

È proprio questo che ho voluto esplorare in questa nostra conversazione.

Buona lettura!

Ana M. Alvarez

– Pasquale, osservando il tuo percorso io vedo un filo conduttore abbastanza chiaro, ma dimmi tu: qual è il legame che unisce arte, storia, geopolitica, coaching, leadership e comunicazione nella tua vita professionale?

 

A livello professionale, mi occupo di tutte queste cose, lavorando principalmente con il Giappone, di cui sono rappresentante per l’Italia della società culturale Reijinsha. Una rappresentanza che mi ha spinto ad approfondire lo studio della cultura giapponese e ad affinare le competenze geopolitiche, in generale e specificamente nei rapporti Italia – Giappone, per meglio comprendere l’economia, ma anche la sociologia e l’antropologia, tutte cose indispensabili per la comunicazione.

D’altro canto, se non conosci la storia e la geopolitica, che cosa comunichi e come puoi pretendere di comunicare nella maniera più corretta, senza commettere errori grossolani che inficino la comunicazione?

L’attività di coaching è una conseguenza del mio percorso. Seguo la comunicazione e il personal branding di professionisti e artisti, con un metodo da me inventato che si chiama Kinsaisei, un termine che coniuga l’arte del Kintsugi, del riparare vasi rotti per riportali a una nuova vita, e Saisei, rinascita.

È un metodo che non è nato per caso, ma strutturando tutte le strategie, gli episodi, il lavoro che dal 2018 a oggi, mi hanno portato da essere un semplice operaio, sconosciuto a pochi metri da casa, a un professionista laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia ottenuto con il massimo dei voti e una magistrale in Relazioni internazionali e Sviluppo economico per cui mi mancano due esami e la tesi. Un professionista che ha organizzato eventi in tutta Italia, anche in sale prestigiose, come La Protomoteca del Campidoglio e la Sala del Colonnato, al Palazzo della Provincia di Bari, dove ho portato 44 artisti dal Giappone.

Nel 2018, non mi conosceva nessuno, invece, negli ultimi anni, ho rilasciato interviste e di me hanno scritto articoli in Brasile, negli Usa, in Spagna, Francia, Scozia, Romania, Bulgaria e, ovviamente, Giappone.

E tutto ciò l’ho ottenuto senza conoscenze e senza aiuto alcuno, se non con il frutto del mio lavoro e delle mie strategie.

L’incontro con Danilo Preto, ex manager e artista concettuale, ha dato vita a una sintesi di idee che è convogliata nel magazine Tamago (uovo in giapponese), di cui sono vicedirettore. Un magazine che, in soli due anni, ha raggiunto visualizzazioni di tutto rispetto, offrendo approfondimenti su Arte, Moda, Geopolitica e Attualità.

 

– Chi è oggi Pasquale Di Matteo, al di là dei titoli, dei ruoli e dei progetti che porta avanti?

Una persona che cerca di comprendere il mondo, un curioso. Un sognatore. Sono quello che sono sempre stato. Sono cambiate solo le mie attività, la mia sfera di conoscenze e di ambiti, ma sono sempre io. Un uomo che ha la necessità di ritagliarsi del tempo per stendere storie e scrivere romanzi.

Sono un marito e un padre, che cerca di seguire al meglio la famiglia, nonostante gli impegni, spesso, mi conducano lontano da casa.

 

– Guardandoti indietro, quali caratteristiche del Pasquale di ieri riconosci ancora nel Pasquale di oggi? E quali, invece, sono cambiate maggiormente?

C’è solo una cosa che è cambiata: prima di riprendere gli studi, di avere contatti con culture differenti e cambiare vita, avevo alcuni pregiudizi. La mia mancanza di conoscenze e i miei studi limitati dell’epoca mi portavano a nutrire una profonda idiosincrasia nei confronti di chiunque avesse molti interessi.

Studiando e maturando come uomo e come persona, ho capito che la tuttologia è solo il nome che gli ignoranti danno alla cultura altrui.

 

– La tua è una storia di trasformazione profonda. Oggi, cosa significa per te la parola “rinascita” e quanto influenza ancora il tuo modo di vivere e lavorare?

Viviamo in un’epoca in cui le cose cambiano e si evolvono rapidamente, quasi ogni giorno.

I nostri genitori erano abituati a cambiamenti epocali ogni mezzo secolo, noi li viviamo ogni mese, massimo due.

Rinascita non è più un’eccezione, ma una normalità per chiunque non voglia essere sopraffatto dagli eventi e dai cambiamenti.

Un tempo, essere laureati era un valore aggiunto, oggi è il minimo sindacale ed è necessario continuare a studiare e a migliorarsi ogni anno.

Nel mio lavoro, sia nel campo dell’organizzazione sia nella comunicazione e nel coaching/mentoring, il cambiamento e il rinnovamento sono fondamentali.

Io ho sempre seguito la filosofia di Eraclito dell’eterno divenire, che sta alla base del Wong Chun, arte marziale che pratico da quando avevo 17 anni e che insegno da una ventina d’anni. In natura, non esiste nulla che non sia in continuo mutamento, niente che sia immutabile.

Non è una condizione o una filosofia, ma una certezza incontrovertibile.

 

– Una delle cose che più apprezzo di te è la profondità con cui affronti gli argomenti. Quanto hanno contato lo studio e l’approfondimento nel tuo percorso?

Lo studio è fondamentale. Non scrivo mai articoli su argomenti che non conosco, su cui non ho approfondito. Per me è fondamentale. La mia parte legata al Giappone, proprio come i giapponesi, non sopporta la superficialità e l’approssimazione. Ed è il motivo per cui, dopo sette anni, continuo a lavorare con il Giappone, mentre per tanti occidentali, è impossibile mantenere rapporti così a lungo.

– Come si svolge una tua giornata tipo, se ce n’è una?

Sì, assolutamente. Non potrei fare tutto quello che faccio senza organizzare il mio tempo.

Dal lunedì al giovedì, la sveglia suona alle 5.10. Alle 5.20 sono al computer, scrivo l’articolo del giorno per Tamago-Zine. Fino alle 9, lavoro sui social delle clienti che seguo.

Dalle 9 alle 12.30, se non ho call, interviste o riunioni fuori casa, lavoro all’organizzazione di eventi e alle critiche sugli artisti partecipanti. Fino alle 14, mi ritaglio del tempo per fare jogging e per un pranzo rapido dopo la doccia. Nel pomeriggio, dopo la pausa pranzo, dalle 14.00 alle 18, lavoro alle varie pubblicazioni. Dalle 18 alle 19, cerco di studiare violino.

Dopo cena, studio, fino a che non si chiudono gli occhi.

Il venerdì è il giorno dedicato all’analisi e alla programmazione del personal branding dei miei clienti.

Sabato, se non sono via per eventi, mi sveglio alle 6. Articolo per Tamago, rapida occhiata ai social dei clienti, programmazione e pianificazione di tutti i contenuti per i miei social della settimana successiva, fino all’ora di pranzo. Nel pomeriggio, cerco di prendermi del tempo per la famiglia.

Domenica, se non sono via per eventi, mi alzo alle 6/6.30. articolo per Tamago, poi studio. Se sono sotto esame, studio anche di pomeriggio.

Quando sono via per lavoro, studio sui treni o in aereo.

– Oggi ti presenti (copio da Linkedin) come “Comunicazionista, executive coach, esperto di transizioni nell’era dell’AI, personal branding, HR e creatore del Metodo Kinsaisei”. Quali sono i progetti e gli ambiti sui quali stai concentrando maggiormente le tue energie?

Su tutto. Sono un unico mestiere, solo fatto con target diversi, ma tutti interessati dalla transizione AI.

Tutti i miei sforzi sono orientati ad aiutare gli altri ad affermare sé stessi in quest’era di cambiamenti epocali, che si tratti di artisti, di CEO, di professionisti, di agenzie HR…

 

– Se un imprenditore, un manager, un professionista o un artista ti chiedesse: “Perché dovrei lavorare con te?”, cosa gli risponderesti? Qual è il valore concreto che ritieni di portare ai tuoi clienti?

Perché nessun altro può portare risultati concreti come me. Quante persone conosci che oggi rappresentano società di nazioni a 14000 km dall’Italia, mentre otto anni fa erano semplici operai?

Non ho bisogno di inventarmi fuochi d’artificio per convincere gli altri. Mi basta raccontare ciò che ho fatto e chiedere «Sei disposto a fare quello che ho fatto io, oppure no? È solo una tua scelta. Io posso dimostrare che i miei metodi funzionano e io ne sono la prova. Anzi, chiedi sempre a chiunque “dov’eri dieci anni fa e dove sei adesso? La risposta ti dirà molto di chi hai di fronte. Se chi ti propone di migliorare non è migliorato, quale garanzia hai se non solo le sue chiacchiere?»

Questo è il valore concreto. I fatti. Non porto chiacchiere. Non mi piacciono. Mi piacciono solo i fatti.

– Lavori con persone e realtà molto diverse tra loro. Quali sono i problemi o le sfide che aiuti più spesso a risolvere? E quali caratteristiche accomunano le persone che riescono davvero a evolvere?

In realtà, le persone che riescono sono accomunate tutte da queste caratteristiche: coraggio, nessun problema a mettersi in gioco e in discussione, sono disposte a lavorare sodo su sé stesse, non hanno zone di comfort e, soprattutto, sono pronte a individuare i propri sbagli, per migliorarsi e non sbagliare più. Inoltre, non si curano molto del giudizio che gli altri hanno di loro.

Per me, questo è fondamentale: se ti comporti e orienti le tue scelte tenendo conto di cosa gli altri pensino di te, non vivrai la tua vita, ma quella di altri. Ciò che gli altri pensano di te è solo un loro problema. Perciò le tue energie devono essere focalizzate solo su ciò che è in tuo potere, non su quello che non puoi in alcun modo gestire.

Chi non riesce, invece, ha molto a cuore il giudizio degli altri, inoltre è sempre pronto a puntare il dito su colpevoli esterni, perché loro sembra non abbiano mai commesso sbagli. Se cadono, la colpa è dei genitori, del socio, del collaboratore, della sfortuna. Non è mai colpa loro.

Io aiuto le persone a individuare che cosa siano davvero, che cosa vogliono, e su quello strutturo una comunicazione, un percorso di personal branding, nel caso di artisti e professionisti. Invece, nel caso delle agenzie per il lavoro, offro consulenza motivazionale per la loro utenza, così come offro affiancamento nella transizione di persone in esubero o alle prese con cambi di mansione, tutte cose per cui la comunicazione aziendale e intrapersonale deve necessariamente cambiare.

Ultimamente, ricevo anche sempre più richieste da parte di aziende che chiedono una visione in prospettiva sulla situazione geopolitica, prima di decidere se investire in alcune zone e in determinate avventure industriali e/o commerciali.

– In quali contesti professionali senti di esprimere al meglio il tuo valore? Ci sono progetti, settori o tipologie di persone con cui ami particolarmente lavorare?

Non sono in grado di rispondere a questa domanda, poiché i miei studi sono continui e il mio approccio alle mie attività muta costantemente, per stare al passo con i tempi. Non saprei… non ho preferenze e non penso di avere settori in cui sono migliore.

Lo so che oggi sembra blasfemia, abituati da anni in cui ci ripetono che dobbiamo essere settoriali ed esperti solo di una cosa. In perfetto stile YouTube. Peccato che il mondo stia cambiando e anche gli algoritmi di YouTube sono cambiati. Ma non diciamolo ad alta voce, perché chi ha puntato tutto su una sola voce, rischia di restare muto.

Quanto ai progetti, diversi. Ti dirò i più importanti e più prossimi…

Sto sviluppando un corso per un percorso di personal branding autogestito; il corso sarà disponibile online tra la fine del 2026 e i primi mesi dell’anno prossimo.

Poi, sto portando avanti un progetto con alcuni artisti italiani, in preparazione del mio viaggio a Osaka del prossimo febbraio, quando terrò una conferenza sullo stato dell’arte e della comunicazione tra Italia e Giappone e presenzierò a un grande evento artistico e culturale organizzato nella sede di Reijinsha.

Per l’occasione, darò vita a un vero e proprio documentario online e in ogni puntata presenterò uno degli artisti di cui porterò un’opera in Giappone. Al mio ritorno, sarà pubblicato un diario di viaggio in cui racconterò l’intero progetto, i fatti, le curiosità, gli artisti, gli eventi in Giappone…

Poi, altri progetti editoriali, tra cui il mio nuovo romanzo, ma non prima del prossimo anno.

– Guardando al futuro, quale direzione desideri dare al tuo lavoro e quale contributo ti piacerebbe lasciare alle persone e alle organizzazioni che incontri lungo il tuo percorso?

Vorrei riuscire a dedicarmi di più ai percorsi di affiancamento, di coaching, e di istruzione per il personal branding e per la rinascita, perché robot e AI spazzeranno via oltre il 70% delle mansioni che conosciamo. Cosa che non è opinione, ma sta già avvenendo.

Provo pena per quelli che cercano di autoconvincersi che quelli che dicono queste cose siano disfattisti, perché si tratta di morti che camminano, a cui manca solo l’ora del decesso.

Ingenui, illusi… diciamo che, brutalmente, è gente che sarà soffocata dalla propria incapacità di capire il mondo in cui vivono.

D’altro canto, queste persone avranno un gran bisogno di trovare un equilibrio, senza lavoro e senza che le loro competenze servano più a niente.

Avranno bisogno di supporto psicologico, sociologico e, soprattutto, di un percorso per rivalutarsi, partendo da ciò che sono al di là del ruolo che avevano e dei titoli, partendo dalla loro storia, da qualcosa di umano che possano portare nel mondo del lavoro che non sia meccanizzabile, automatizzabile e portato dalla tecnologia.

Avranno bisogno di strumenti e strategie per gestire squadre di AI e robot, che non saranno il futuro, perché sono già il presente, come in Cina.

La cosa che vorrei lasciare è la consapevolezza che il mondo che conoscevamo non c’è più. Il nuovo mondo non guarda in faccia a nessuno, ma è pronto a dare tanto a chiunque sia disposto a fare cose non comuni, a mettersi in gioco, a continuare ad apprendere competenze nuove, a. reinventarsi.

Soprattutto, vorrei che le persone capissero che non esiste un’età per ricominciare, per provare o riprovare, perché nessuno di noi ha la stessa vita, il medesimo vissuto. Nessuno di noi ha la stessa lunghezza della vita. Perciò, io potrei non vedere i sessanta e un’altra persona vivere oltre novant’anni in perfetta salute.

E a nessuno è dato conoscere in anticipo quando se ne andrà da questa vita.

Quindi, vorrei che tutti capissero che serve solo la voglia di cambiare e di mettersi in discussione, senza pensare all’età, ai “se” e ai “ma”.

Perché non sai quanta strada hai ancora davanti, ma l’unica cosa certa è che, se non inizi a camminare, tra uno, cinque o vent’anni, sarai sempre e solo dove sei oggi.

E chi resta fermo, soprattutto oggi, è destinato all’oblio.

 

Grazie Pasquale!

 

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