Generare possibilità o generare rigidità: il tranello della crescita personale e professionale”
di Livia Massarelli
Spesso veniamo ingannati dall’idea di crescita e miglioramento personale e professionale. Partiamo con buoni presupposti, con la volontà autentica di evolvere, imparare, diventare “versioni migliori di noi stessi”.
Eppure, nonostante l’impegno e la costanza, non sempre arriviamo ai risultati o alla sensazione di benessere che ci aspettiamo.
Nel tempo, ho osservato che la differenza non la fa soltanto il processo di crescita in sé, ma soprattutto il punto di partenza. Una vera e propria condizione “sine qua non”: il rispetto di sé.
Nella mia esperienza, questa condizione spesso non è presente. Si parte più facilmente da un’idea di mancanza, dal bisogno di sistemare, correggere, aggiustare qualcosa di sé, piuttosto che dal lavorare con ciò che si ha già, con ciò che si è nel presente.
Nella mia esperienza come coach e nel lavoro con performer, atleti e persone con obiettivi molto ambiziosi, noto spesso uno stesso punto di partenza: l’idea, più o meno consapevole, di non essere abbastanza.
“Devo migliorare prima di potermi sentire sicurə.”
“Quando sarò più bravə/competente/organizzatə allora andrà bene.”
Questo modo di impostare la crescita può sembrare funzionale. Spinge a migliorarsi, a raggiungere risultati, a non accontentarsi.
Eppure, nel lungo periodo, genera spesso l’effetto opposto: pressione costante, ansia da prestazione e una sensazione di rincorsa continua.
Nel mio lavoro sintetizzo spesso questo concetto così: la crescita che nasce dal rispetto di sé apre possibilità, mentre la crescita che nasce dal rifiuto di sé genera stress e rigidità.
Quando la crescita parte dall’idea “c’è qualcosa in me che non va e va corretto”, ogni obiettivo diventa una prova da superare per dimostrare il proprio valore.
Quando invece parte dalla conoscenza e dal rispetto di sé, la domanda cambia: non più “come posso sistemarmi?”, ma “come posso lavorare al meglio con ciò che sono oggi?”.
Questo non significa rinunciare all’ambizione. Al contrario. Significa costruire una base più stabile, più sostenibile e più lucida su cui poggiare la performance.
Potrebbe sembrare un tema legato al benessere individuale o alla crescita personale, ma lavorando anche in contesti aziendali e con professionistə ad alte prestazioni, vedo chiaramente come questo approccio influenzi direttamente il modo in cui si lavora, si collabora e si prendono decisioni.
Quando una persona opera da uno stato di continua auto-critica aumenta il rischio di burnout, diminuisce la chiarezza decisionale, cresce la difficoltà a gestire l’errore e si riduce la capacità di collaborazione autentica.
Quando invece una persona parte da uno spazio di consapevolezza e rispetto migliorano la capacità di apprendimento, aumenta la resilienza, si sviluppa una performance più stabile e si favorisce un ambiente di lavoro più sano.
Non si tratta di “sentirsi sempre bene” o di eliminare la volontà di migliorare. Si tratta di cambiare il punto da cui si parte.
Perché la qualità della crescita dipende spesso dalla qualità della relazione che abbiamo con noi stessə.
E questo, nel tempo, ha un impatto che va ben oltre la performance individuale: influenza il modo in cui lavoriamo, guidiamo, creiamo e collaboriamo.
Una domanda che lascio spesso a chi lavora con me è: da dove sta partendo la tua crescita oggi? Dal rispetto o dalla mancanza?

