LA CENSURA PERFETTA È QUELLA CHE NON SEMBRA TALE

Un articolo di Pasquale Di Matteo

 

Lo abbiamo vissuto durante il Ventennio e nella Germania nazista, quando si deridevano gli intellettuali e gli artisti che parlavano di censura, di pericolo, di dittatura.

Chi non ricorda l’arte degenerata?

Chi ha studiato la Storia sa che le derisioni si trasformarono presto in deportazioni, spesso in esecuzioni.

I soggetti venivano indotti a piegarsi al pensiero unico del potere, oppure erano costretti ad abbandonare incarichi prestigiosi, a essere emarginati e trattati come idioti.

Oggi, la frase di Papa Leone XIV ha attraversato il mondo della comunicazione come una barca di carta: “Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire.”

Poche righe. Una verità tagliente, quanto incontrovertibile.

Eppure, quante testate l’hanno posta in primo piano? Quanti telegiornali l’hanno assunta come titolo?

È scivolata ai margini, citata di sfuggita, sepolta nel flusso ininterrotto delle notizie. Tanti l’avranno letta soltanto in questo articolo.

Non è stato un bavaglio, non un decreto. Non è stato un dittatore a silenziarla. Solo la forza di gravità di un sistema che, quando una verità è troppo scomoda, troppo universale, la relega in un angolo, dove fa meno rumore.

È così che nascono le censure di Stato. Così nascono le dittature. Dando l’impressione che sia tutto normale.

Questo è il paradosso della censura: all’inizio, prima di manifestarsi senza imbarazzo, la sua perfezione sta nella sua invisibilità.

E oggi, grazie alla tecnologia, non serve più il piccone per abbattere la porta della tipografia. Basta un algoritmo che declassa, un editore che “attutisce” il tono, un dibattito televisivo che accosta quella voce solitaria a dieci voci “moderate” che la neutralizzano.

Soprattutto, serve un meccanismo sociale più potente di qualsiasi legge: il ridicolo, l’isolamento, la marginalizzazione del dissenso.

Sono tutte strategie di Comunicazione che abbiamo visto applicate durante la pandemia, quando illustri docenti universitari, medici di fama e persino Premi Nobel per la Medicina, venivano sbeffeggiati da attori, influencer, showgirl, da chiunque sposasse il pensiero unico.

Ma ripensiamo al Ventennio.

Se un cittadino avesse alzato la mano dicendo “Qui c’è censura”, la risposta non sarebbe stata subito la forza. Sarebbe stata prima una risata sprezzante.

“Censura? Ma dove?! I giornali escono, la radio trasmette, gli artisti sono liberi di creare. Sei tu che esageri, che sei un allarmista, un complottista.”

Intanto, il dissidente veniva espulso dal circolo degli invitati ai salotti, veniva invitato a dimettersi perché non si iscriveva al partito, il suo nome sussurrato con disprezzo, le sue argomentazioni smontate senza argomentazioni, con la caricatura, con il discredito.

La censura operava, ed era potentissima, ma indossava l’abito della normalità, del buon senso, della “ragionevole” adesione allo spirito del tempo.

Gli scarponi e i metodi militari sono solo l’ultimo capitolo, l’ultimo atto di un processo che parte a fuoco lento, proprio come nell’esempio della rana bollita che spiega in maniera semplice la teoria della Finestra di Overton.

Oggi, il meccanismo è sorprendentemente simile, solo con strumenti più raffinati. L’architettura del silenzio moderno si regge su pilastri subdoli.

La verità non viene negata, ma viene annegata. Un messaggio potente come quello del Pontefice viene sommerso da mille altri contenuti, diventando un frammento tra milioni. La censura non dice “no”, dice “aspetta, prima guarda quest’altro”.

L’idea scomoda viene incasellata in una narrazione che la depotenzia. Non è più una riflessione universale sulla guerra e la propaganda, ma “l’ultima uscita del Papa”, da mettere in fila con le sue altre dichiarazioni, riducendola a una mossa in un gioco di opinioni.

Poi c’è l’Isolamento sociale digitale.

Esprimi un pensiero fuori dal coro? Non serve più una sospensione del profilo. Basterà che il tuo post abbia un engagement minimo, che venga circondato dal silenzio o da commenti di sottile derisione: “che drammatico”, “ecco il solito gufo di sventura”, “il putiniano”, il “novax”, spesso alimentati da account creati apposta per mettere in piedi questo gioco al discredito.

Ti sentirai solo, sbagliato. E forse smetterai. Ed è questo l’obiettivo.

Perché il linguaggio dell’auto-regolamentazione è il più potente. Non è “lo Stato mi vieta”, ma diventa: “io, da professionista responsabile, decido di non pubblicare quella frase così cruda, quell’immagine così diretta, per non alimentare tensioni, per essere equilibrato”.

Si trasforma una scelta di comodo e dettata dalla paura, dalla mancanza di coraggio e di attributi, in un atto di etica professionale. È la censura interiorizzata, perciò è perfetta.

Perché chi la applica ha anche la sensazione di essere un cittadino modello.

Le parole del Papa sul “fronte” ci ricordano l’epicentro della menzogna: il momento in cui il giovane, nella trincea, vede crollare il castello di retorica per cui è stato mandato a morire.

La comunicazione autentica cerca di avvicinarsi a quel fronte, a quella verità scomoda. La comunicazione censurata, invece, anche quella che non ammette di esserlo, costruisce muri sempre più alti tra il fronte e chi sta a casa, riempiendo lo spazio con “roboanti discorsi” che annebbiano la percezione.

Il compito di chi lavora nel campo della Comunicazione e della leadership non è divulgare contenuti “copia e incolla” su ascolto, engagement e altre sciocchezze che erano preistoriche già cinque anni fa; il nostro compito oggi non è solo denunciare i bavagli che pochi osano ancora mostrare, ma è smascherare la normalità tossica. Il nostro compito è fare domande scomode.

Perché questa notizia è in prima pagina e quell’altra, ugualmente rilevante, è sepolta?

Perché un’opinione viene definita “radicale” e un’altra “moderata”? Chi lo decide e perché?

Chi è il proprietario di questa o di quella testata? Quali interessi hanno sul tema della notizia che sto leggendo?

Quando il mio silenzio su un tema non è semplice equilibrio e punto di vista legittimo, ma diventa complicità?

La censura più pericolosa non grida mai il suo nome. Nessuno busserà mai alle nostre case per dirci “Ehi, da oggi applichiamo la censura.”

Non è mai accaduto e non avverrà mai.

La censura, come sempre nella Storia, sussurra, suggerisce, distrae, normalizza. Divide cittadini modello da quelli strani, dai fuori di testa, dai novax, dai putiniani, dai complottisti.

Perché le etichette non sono soltanto l’ultima difesa di chi non ha argomentazioni, perciò non potrebbe dire altro, ma sono anche un modo per associare chi si vuole sminuire ai terrapiattisti, ai ciarlatani, ai venditori di fumo. Fa parte di una strategia potentissima.

La censura si presenta come buon senso, come realismo, come “pacificazione”.

Riconoscerla richiede competenze storiche, innanzitutto, e di Comunicazione avanzata. Ma richiede anche lo stesso coraggio di quel giovane al fronte, per guardare in faccia l’insensatezza dei discorsi dominanti e chiamare menzogna la menzogna, anche quando tutti intorno a te sembrano convinti del contrario.

Anche quando, per farlo, rischi solo un silenzio assordante. Perché è in quel silenzio che si annida la forma più subdola di controllo.

Beh, con l’avvio di questo nuovo anno, il nostro primo atto di comunicazione libera e genuina potrebbe proprio essere questo: riportare al centro le verità marginali. Iniziando dalla prossima frase potente che vedremo scivolare via nell’indifferenza, per darle la casa che merita.

La nostra attenzione.

Sì anche la tua. Dico a te, che ti starai dicendo “tanto, per la mia professione, questo discorso non vale.”

Beh, ti sbagli. Perché la censura non riguarda solo chi espone, ma tutti. E, prima o poi, arriverà anche a bussare alla tua porta.

Perciò, buona comunicazione a tutti i coraggiosi.

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Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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