L’ULTIMO SEGRETO CHE TI PORTI IN TASCA
Ovvero: perché il silenzio puzza di chiuso e i thriller sanno sempre qualcosa che i manuali non dicono.
Un articolo di Pasquale Di Matteo
Hai presente quella sensazione che ti si annoda allo stomaco quando il capo chiude la porta a metà riunione, o quando un collega ti sorride con gli occhi da pesce e tu pensi che ci sia sotto qualcosa?
Ecco, quella roba lì.
Io ci sguazzo da una vita, prima di tutto perché scrivo romanzi, thriller psicologici pieni di gente che mente come respira, e poi perché quando non scrivo thriller né saggi di geopolitica o di arte, in una delle mie attività mi pagano per entrare nelle aziende a sniffare l’aria che tira, per comprendere cosa non va nelle dinamiche della loro comunicazione.
E l’aria, lasciatelo dire, a volte sa di cantina, di segreti ammuffiti, di gente che, se potesse, si passerebbe sopra con l’auto e getterebbe via il cadavere in un fosso.
Ogni azienda parla di “dato sensibile”, “fase embrionale”, “non ancora allineato”.
Modi per dire che qualcuno, in quel preciso istante, sta infilando un cadavere sotto il tappeto della sala riunioni, sperando che l’odore non arrivi ai piani alti. O ai piani bassi, a seconda dei casi.
Ho passato gli ultimi mesi a scrivere un romanzo, che ha per titolo provvisorio “L’Ultimo Punto”, e, mentre i miei personaggi si distruggevano a vicenda a forza di omissioni, mi sono accorto che la stessa dinamica la vedevo il mercoledì mattina dal cliente che produce giunti e morsetti. Stessa tensione, medesima aria viziata.
Perché i thriller, quelli veri, non li inventi mica. Li fotocopi dalla realtà e poi ci spruzzi sopra un po’ di sangue finto.
Più o meno, come quando ho scritto il mio primo romanzo “Il Segreto di Luka Kofler”, pubblicato nell’ormai lontano 2021, e che trovate ovunque online: Amazon, Mondadori, Feltrinelli…
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Ma torniamo alla comunicazione aziendale e al mio prossimo romanzo.
Nel romanzo, Leonardo si porta in giro una malattia che non racconta a nessuno. Beatrice si tiene la sua sofferenza come un sasso nella scarpa, intanto sorride alle conferenze stampa.
Daniel ha più segreti di un diario da quindicenne, più scabrosi, e pensa di essere furbo. Elena custodisce un video che scotterebbe anche il fuoco.
Sono tutti convinti che tacere sia la strategia migliore.
Ma si sbagliano di grosso, e lo sanno pure loro, solo che hanno troppa paura per ammetterlo.
Perché, per custodire un segreto, sei costretto ad averne altri, a creare continue bugie, entrando in un vortice non dissimile dal tunnel della droga.
Il segreto, quando lo tieni dentro, ti logora. Può metterci giorni o anni, ma lo fa. Punto.
Non lo vedi, ma ti consuma lo stomaco, ti ruba il sonno, ti fa cambiare voce al telefono.
L’ho visto succedere: un amministratore delegato che per sei mesi ha nascosto imposte non pagate e ammanchi di cassa, convinto di poter “gestire la cosa”.
Alla fine, gliel’hanno gestita i giudici e i curatori fallimentari, ed è stato un bagno di sangue.
La scorciatoia del silenzio, nella comunicazione, è una strada sterrata che finisce dritta in un burrone. E tu lo sai, mentre la imbocchi, che c’è un burrone, solo che chiudi gli occhi. Come quando sali sulle montagne russe e speri che tutto duri un attimo.
Ma quanto ti costa davvero quel silenzio?
I miei personaggi pagano. Sempre. Ognuno perde qualcosa.
Nelle aziende è uguale, solo che i cadaveri sono fatti di fiducia e di credibilità.
La fiducia, una volta che la incrini, è come un vetro che ricomponi con la colla. Da lontano sembra intero, ma appena il vento soffia più forte, si frantuma.
E la credibilità… quella è l’aria che respiri quando devi parlare in pubblico: se ti manca, soffochi.
Ho visto manager spendere un patrimonio in campagne di branding e poi bruciare tutto in tre giorni perché avevano taciuto su un esubero di cui sapevano già da Natale, o su soldi che…
Tre giorni. Il prezzo di un segreto lo paghi dopo, con gli interessi da usuraio.
E fa specie vedere quanto certi individui siano disposti a perdere, in valuta umana, pur di non dire la verità.
Perché un segreto non è mai innocuo.
Un segreto in azienda è come una macchia di umidità sul muro. Prima è un alone giallo a cui non fai nemmeno caso, poi, un giorno, ti si stacca l’intonaco in testa.
Nel mio romanzo, la relazione segreta di Daniel distrugge due matrimoni. Il video di Elena le trancia la carriera come una ghigliottina. Perché non esistono piccole omissioni. Sono sempre bombe a orologeria con il timer che emette un ticchettio mentre tu fingi di non sentirlo.
E la comunicazione aziendale è piena di queste bombe: il difetto di fabbrica nascosto, la tensione tra due reparti che nessuno vuole affrontare, la mail partita per sbaglio o quella che qualcuno ha archiviato nella cartella sbagliata e spera che muoia lì; fino ad arrivare ai soldi prelevati per tamponare un’altra emergenza, “tanto poi li rimetto”.
Solo che finisce come quando punti al Lotto e ti dici che la prossima sarà quella vincente, quella con cui tamponerai ogni debito, invece allargherà solo la voragine.
Ma i segreti, caro mio, non muoiono mai da soli. Vanno a nutrirsi delle tue notti insonni.
Qualcuno obietterà, ricordando che ci sono quei segreti che, invece di ucciderti, ti tengono in vita. Ed è vero.
Nel libro, Daniel scopre il segreto di Beatrice e non lo dice a nessuno, per diverse ragioni. Sta zitto. E quel silenzio lì, invece di scavargli un buco nello stomaco, costruisce un ponte. Perché, a volte, il segreto non è un muro, ma un rifugio.
Quando proteggi un dipendente che ha sbagliato, e lo fai senza umiliarlo davanti a tutti, stai usando il silenzio come un’arma di salvezza, come una pistola nelle mani di un poliziotto e non di un criminale.
Quando crei uno spazio, che sia una stanza, un fuori onda, quel cazzo di caffè al bar sotto l’ufficio, dove uno può dirti “ho paura di non farcela”, lì non stai nascondendo la verità, ma stai rispettando la vulnerabilità.
La differenza è sottile, quasi invisibile, ma è la stessa differenza che c’è tra un chirurgo che fa sanguinare per salvare vite e uno che lo fa per uccidere.
Nella comunicazione aziendale, l’arte non è dire sempre tutto, ma sapere quando dire, come dirlo, e soprattutto perché.
È come un commento sotto a un post. Quante volte mi chiedo “perché?”. Perché ti è venuto in mente di dire la tua? Soprattutto quando uno ammette “premesso che non sono esperto di…” Ecco, appunto, se sai di non sapere una beata fava di quell’argomento, di non poter aggiungere nessuna argomentazione di peso, perché dici la tua?
Perché sapere quando tacere è una virtù che hanno in pochi.
Ma stare zitti comunica lo stesso. E non perché lo dica il più importante assioma della Comunicazione: “Non si può non comunicare.”
Se taci durante una riunione mentre si discute di un problema che conosci, hai appena detto a tutti che non ti fidi di loro. Se nascondi un dato, stai comunicando che per te la trasparenza è un optional.
Beatrice, nel romanzo, parla quando ormai è tardi, ma quando parla cambia tutto. Nella vita vera, ho assistito a un consiglio di amministrazione in cui il CEO è rimasto muto per un’ora mentre gli altri discutevano di un buco di bilancio. Non ha detto una parola. Eppure, il suo silenzio ha urlato più di un allarme antincendio.
Ho scritto L’Ultimo Punto pensando a tutto questo.
Ma la verità è che il romanzo non mi è servito a niente, se non a mettere in fila le ossessioni che già mi portavo addosso. Ossessione, potere, verità, menzogna, segreto: sono le cinque dita di una mano che ti stringe la gola, che tu stia inventando una storia o cercando di salvare il fatturato della tua azienda.
Il mio lavoro, e probabilmente anche il vostro, è un esercizio quotidiano di scelte marce e altre eccellenti, sperando che queste ultime siano nettamente di più e che le prime non si verifichino quasi mai. Ma siamo umani e nessuno è perfetto.
Scegliere se aprire bocca o ingoiare il rospo, se quel segreto va detto adesso, con la voce che trema, o va custodito come un gioiello fino al momento giusto, ma che, fidati, sarà sempre ieri.
La verità è quasi sempre più scomoda del silenzio, ma, a lungo andare, puzza di cantina, di marcio, di cose andate a male.
E, prima o poi, qualcuno, passando di lì, si tappa il naso e inizia a fare domande. A quel punto, il costo della verità sarà già lievitato abbastanza da comprarci un funerale di lusso.
Tuo, della tua attività, o di entrambi.
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Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese, Reijinsha, e Vicedirettore del Magazine Tamago-Zine. Scrittore e saggista. Executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei.
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