IL BUSINESS DELLA VERITÀ: CHI ABBOCCA ALLA PROPAGANDA RISCHIA GROSSO, MENTRE CHI SVELA L’INGANNO DOMINA IL MERCATO
Negli ultimi mesi, ho avuto diverse richieste da parte di imprese, per valutare gli scenari futuri, grazie al fatto che analisi scritte anni fa su Tamago-Zine si sono rivelate vere e sono state confermate dal tempo e dai fatti, mentre la stampa mainstream raccontava di pale ottocentesche, muli, sanzioni dirompenti e altre panzane.
Perché, in questo momento, a essere indispensabili per un’azienda sono tre competenze su tutte: filosofia (soprattutto etica), geopolitica e comunicazione. In questo articolo, analizziamo il perché della terza e, in parte, della seconda, anche se alcuni aspetti sono comuni alle altre due competenze.
Le parole sono pietre, ma per chi fa – o dovrebbe fare – informazione sono diventate missili a guida laser o scudi spaziali a seconda di chi fa cosa.
Basta sfogliare i quotidiani italiani, o sorbirsi i salotti televisivi in prima serata, per assistere alla trasmutazione semantica della realtà.
La comunicazione mainstream non si limita a raccontare i fatti, ma li filtra, li edulcora o li ingigantisce a seconda delle situazioni e delle narrazioni da veicolare, li digerisce e li vomita sotto forma di propaganda, apparecchiando messaggi in cui il vocabolario viene piegato, torturato e infine arruolato alla causa dominante, con tanto di elmetto in testa e con buona pace della verità.
LA SINTASSI DELLE BOMBE: QUANDO IL DIRITTO INTERNAZIONALE È A TARGHE ALTERNE
Prendiamo il Diritto internazionale. Un concetto sacro, inviolabile, o meglio, inviolabile solo se a violarlo sono i cattivi ufficiali.
Quando la Russia ha alzato i toni della guerra scoppiata nel 2014, invadendo l’Ucraina e il Donbass nel 2022, i titolisti non hanno avuto dubbi. Si parlava giustamente di “aggressione”, di “violazione palese del Diritto internazionale”, di “crimini contro l’umanità”. Il vocabolario era quello corretto del Codice penale internazionale.
Poi, il 28 febbraio scorso, gli Stati Uniti hanno deciso di bombardare l’Iran. Ci si aspettava la stessa indignazione, o quantomeno la stessa terminologia. Invece no.
Miracolosamente, sui giornali era scomparsa la parola “aggressione” e, al suo posto, era spuntato il rassicurante e hollywoodiano concetto di “lotta al regime”.
Il Diritto internazionale?
Sparito. Evaporato. Mandato in vacanza alle Bahamas.
Perché, quando bombardano gli USA, non è mai un’invasione, ma è un’esportazione democratica a caduta libera. E, se muoiono innocenti, si tratta di “danni collaterali” dovuti a fatalità o a malfunzionamenti delle armi “intelligenti”.
ISRAELE, GAZA E L’USO PASSIVO DELLA MORTE
Se le guerre in Ucraina e in Iran hanno svelato il trucco, il massacro di Gaza lo ha elevato a forma d’arte. Macabra arte.
A Gaza non si muore e non ci sono massacri. A Gaza si “perde la vita”, come se le chiavi di casa fossero scivolate fuori dalla tasca.
La strategia linguistica usata per coprire Israele è da manuale di psichiatria. C’è ancora chi si interroga, arrampicandosi sugli specchi in modo imbarazzante e meschino, sull’applicabilità del termine “genocidio”.
Ma il capolavoro assoluto, l’abisso della miseria morale, lo si tocca sul termine “bambino”.
Se un missile russo uccide un dodicenne a Kiev, è una “strage di innocenti”, ma se un missile israeliano incenerisce un dodicenne a Rafah, i giornali parlano di “minorenni coinvolti”, o peggio, di “giovani in età di leva”.
La forma che viene data alla relazione tra il soggetto e l’azione compiuta è la vera arma segreta della stampa occidentale. Gli israeliani “vengono brutalmente assassinati”, i palestinesi, invece, “muoiono” in “tragici scontri” o diventano sbiaditi “danni collaterali”.
E se si bombarda un ospedale? Nessun problema, c’è il lasciapassare semantico sempre pronto all’uso: “scudi umani”. Una formula magica che assolve chi preme il grilletto, trasferendo la colpa su chi riceve la bomba.
I DRONI FANTASMA E I SETTE RAMBO DI MOSCA
E poi c’è la farsa della minaccia imminente. La costruzione quotidiana della paranoia.
Cadono dei droni ai confini d’Europa? Le prime pagine gridano al “Pericolo russo!”. I mezzibusti annunciano con voce tremante che “Dobbiamo prepararci alla guerra”, evocando l’Apocalisse nucleare per l’ora dell’aperitivo.
Poi, qualche giorno dopo, nelle paginette interne, in un trafiletto grande quanto un francobollo, si scopre che quei droni erano ucraini o missili della contraerea di Kiev finiti fuori rotta, allora, improvvisamente, non c’è più alcun pericolo.
Il drone ucraino che cade in Polonia è un drone amico, un drone che porta la pace. Fa quasi simpatia.
Come quando fu danneggiato il Nord Stream 2 e si invocava l’Art. 5, con tutte le sue conseguenze, quando la propaganda puntava il dito contro Mosca. Tuttavia, quando la magistratura tedesca ha emanato mandati di cattura per i componenti del commando ucraino che ha compiuto il più grave attentato a una struttura strategica europea dai tempi della Seconda Guerra mondiale, è calato il silenzio.
E che dire dei famosi sette soldati russi avvistati al confine con l’Estonia? Sette. Un numero che non basterebbe nemmeno per organizzare un torneo di calcetto.
Eppure, un banalissimo e consueto pattugliamento di frontiera, comune alle frontiere di qualsiasi parte del mondo, è stato impacchettato dai nostri coraggiosi cronisti come una minaccia esistenziale per la NATO.
Sembrava una scena rubata al film comico “Io tigro, tu tigri, egli tigra”, con l’episodio del giovane soldato impacciato, Roberto Micozzi, interpretato da un giovane Enrico Montesano.
Sette soldati di Mosca come quel manipolo di bersaglieri italiani che, nel film, non arrivavano a venti, ma che, per una serie di fraintendimenti demenziali, arrivavano a essere un battaglione di un milione di uomini al tg delle venti.
Evidentemente, nelle redazioni italiane si seguirà la sceneggiatura di quel film, oppure sono convinti che Mosca abbia clonato dei Rambo invincibili, capaci di conquistare le Repubbliche Baltiche armati solo di un coltellino svizzero e di una borraccia.
LE ARMI DI DISTRAZIONE DI MASSA: COME SI COSTRUISCE IL NEMICO PERFETTO
Ma il campionario delle strategie mediatiche non finisce qui. Per difendere sempre e comunque le agende di Washington e Tel Aviv, e demonizzare in toto l’avversario di turno, la stampa sfodera tecniche di distrazione di massa ancor più raffinate.
La patologizzazione del leader.
Se il nemico non è un genio del male, allora è un pazzo malato. Per quattro anni, secondo autorevoli retroscenisti, Vladimir Putin è stato in fin di vita. Aveva il Parkinson, ben quattro tipologie di cancro, il più banale dei quali era quello alla tiroide, la demenza senile e cadeva dalle scale sporcandosi addosso.
Questo trucco serviva a svuotare di significato politico le azioni dell’avversario. Se il nemico è pazzo e moribondo, non devi analizzare le cause storiche del conflitto, né l’espansione della NATO. Devi solo aspettare che muoia.
Il mito dell’azione “non provocata”.
Ogni volta che si parla della guerra in Ucraina, c’è un aggettivo obbligatorio da inserire: “non provocata”.
Perché la storia, secondo i giornaloni, inizia il 24 febbraio 2022. Tutto ciò che è successo dal 1990 al 2021, le promesse tradite alla Russia, le ingerenze a stelle e strisce, il golpe di Maidan del 2014, i morti nel Donbass, tutto viene cancellato con un colpo di spugna.
Il conflitto nasce per partenogenesi, dal nulla, per la pazzia di Putin.
L’antropomorfizzazione del male assoluto.
La Russia non fa politica estera, fa stregoneria. Se fa freddo, “la Russia usa l’inverno come arma”. Se blocca i porti, “la Russia usa il grano come arma”. Persino la nebbia diventava un’arma, perché le armi NATO facevano cilecca a causa del meteo. Peccato che le armi russe colpissero i bersagli con le medesime condizioni, ma anche questa incongruenza fa parte del taglio dato alla comunicazione.
Qualsiasi cosa faccia Mosca è descritta con termini criminali. Se lo fanno gli Stati Uniti con decenni di sanzioni ed embarghi – vedi Cuba o Venezuela, – si chiama “pressione internazionale per i diritti umani”.
GLI INVISIBILI E I SALVATORI: IL MANTELLO DELL’IMPUNITÀ A STELLE E STRISCE
Dall’altra parte della barricata, le strategie di difesa per il blocco atlantico rasentano l’agiografia.
Avete mai fatto caso all’espressione “attacchi chirurgici”?
Quando gli USA bombardano Siria, Yemen o Somalia (guerre invisibili, di cui in TV non parla nessuno), le loro bombe sono intelligenti, educate, quasi dotate di buone maniere. Sono “raid mirati” contro “infrastrutture terroristiche”. Non distruggono mai scuole e ospedali nei titoli dei nostri giornali, al massimo “colpiscono depositi di armi”.
C’è poi l’invocazione continua al misterioso “Ordine basato sulle regole”.
Nessuno sa cosa sia di preciso, perché non coincide con il Diritto internazionale dell’ONU. In pratica, è un ordine dove le regole le fanno gli Stati Uniti, e valgono solo per gli altri.
Vuoi mettere?!
L’INFORMAZIONE AL TEMPO DELL’ELMETTO
Viviamo in un’epoca di analfabetismo indotto, una fase storica in cui il giornalismo ha abdicato al suo ruolo di cane da guardia del potere per trasformarsi nel cagnolino da riporto di quello stesso potere.
Il risultato è un cortocircuito logico permanente, un bispensiero orwelliano dove la guerra è pace, l’aggressore americano è un liberatore, il massacro di civili palestinesi è autodifesa e sette soldati russi di pattuglia nella neve sono l’avanguardia della Terza Guerra Mondiale.
Non serve una laurea in scienze della comunicazione per accorgersene. Basterebbe un po’ di onestà intellettuale e un briciolo di conoscenza storica, quella merce rara che, ormai da tempo, è andata fuori produzione nelle rotative del nostro Paese.
LA COMUNICAZIONE E LE IMPRESE: L CONTO SALATO DELLA PROPAGANDA
Tutto questo teatrino dell’assurdo, però, non è soltanto un problema morale o un dibattito da filosofi nei salotti radical chic, ma si concretizza in un problema di bilancio.
Perché se fate impresa, questa spazzatura mediatica quotidiana è il nemico numero uno del vostro fatturato.
Immaginate la scena. Siete a capo di un’azienda, aprite il giornale, sorseggiate il caffè e vi bevete la narrazione a reti unificate. Vi convincete che l’economia russa stia per crollare in due settimane sotto il peso delle sanzioni, come vi hanno ripetuto allo sfinimento.
Vi persuadete che l’asse asiatico sia isolato e che le magnifiche sorti e progressive dell’economia occidentale siano inattaccabili, perciò, su queste rassicuranti favolette della buonanotte, tarate i vostri investimenti, pianificate la logistica, bloccate o aprite forniture, orientate la produzione, scegliete se investire o no.
Un suicidio. Un vero e proprio schianto a duecento all’ora, bendati, contro il muro di cemento armato della realtà.
Scegliere se aprire un mercato, chiudere una fabbrica, assumere o spostare capitali basandosi sulle veline di Washington, di Bruxelles o sui titoloni orwelliani dei nostri quotidiani, oggi, è la ricetta perfetta per il disastro aziendale. Perché le notizie non vere, le omissioni e le iperboli propagandistiche distruggono le catene di approvvigionamento e mandano i business a gambe all’aria.
Al contrario, saper leggere tra le righe oggi non è più un vezzo per intellettuali complottisti o altre panzane sul genere, ma è una competenza di vitale importanza. È strategia pura.
Chi ha la lucidità di spogliare la notizia dall’elmetto propagandistico vede le dinamiche geopolitiche reali molto prima dei propri concorrenti. Capisce da dove arriveranno davvero le materie prime, intuisce quali blocchi economici stanno nascendo, alla faccia dei nostri veti e delle nostre indignazioni a targhe alterne, e quali mercati, invece, stanno lentamente morendo sotto il peso della loro stessa retorica.
Smascherare la menzogna garantisce un vantaggio competitivo enorme, quasi sleale. Perché le chiacchiere, le balle per coprire i massacri e i droni fantasma vanno benissimo per riempire i palinsesti televisivi e intorpidire l’italiano medio e l’uomo comune.
Ma, alla fine dell’anno, i dividendi li incassa chi ha avuto il coraggio di guardare in faccia la realtà dei fatti.
Gli altri, i docili boccaloni dell’informazione a senso unico, restano col megafono in mano e il conto in rosso, mentre aspettano che Mosca crolli entro Natale 2022 per gli “effetti devastanti” delle sanzioni europee.
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Dott. Pasquale Di Matteo
Comunicazionista, executive Coach e creatore del Metodo Kinsaisei. Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership. Lavora con CEO, leader, professionisti e artisti sulla crescita professionale e personale, attraverso storia, arte, geopolitica e comunicazione. Rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese, Reijinsha, e Vicedirettore del Magazine Tamago-Zine, dove analizza gli scenari internazionali.
Laurea in Scienze della Comunicazione, Master in Politiche internazionali ed Economia, laureando in Relazioni internazionali e Sviluppo economico.
www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

